21 maggio 2017

5 domande ad Alessandro Borghi, interprete di “Fortunata”, a Cannes 2017

 

«Per me il mondo si divide in due: ci sono i gentili e gli stronzi. Ma vinceremo noi, i gentili». Dopo averlo visto tatuato e spietato in Suburra di Stefano Sollima (di cui sta girando la serie tv), Alessandro Borghi fa colpo per l’esatto opposto della spacconeria borgatara che l’ha lanciato nella meglio gioventù del cinema italiano. In Fortunata di Sergio Castellitto, con Jasmine Trinca e Stefano Accorsi, presentato al Festival di Cannes e appena uscito nelle sale con un ottimo risultato al botteghino, è un ragazzo fragile, bipolare, coi capelli lunghi e il volto di una donna tatuato sul braccio. «Un personaggio che ho amato follemente» dice il 30enne romano.«Si chiama Chicano ed è il migliore amico della protagonista, Fortunata. Per interpretarlo, ho cercato testimonianze di persone bipolari e non può immaginare quante ne abbia trovate su Youtube: ci sono ragazzi che si confessano in rete per condividere le loro esperienze».

Questa storia è ambientata a Torpignattara, un’area periferica di Roma. Aver vissuto in quartieri simili è stato d’aiuto per interpretare il film?
«Certo. La borgata è il luogo dove comprendi l’indole umana: è davanti ai grossi problemi della vita che vedi la qualità delle persone. Lì i ragazzi possono diventare cattivi e prepotenti, molti però sono solo vulnerabili. Hanno un grande cuore, se ti vogliono bene si danno al cento per cento. Se uno di questi mi dice “Sei bravo, m’hai fatto piagne” (in romanesco, ndr), io sono felice molto più di quando i complimenti me li fa uno che sta ai Parioli. Forse è per questo che credo nel potere della gentilezza».

Non pensa che i generosi vengano spesso presi per scemi?
«Pazienza. Se dico “buongiorno” in ascensore e i presenti non mi rispondono, io insisto, faccio diventare quel “buongiorno” una coltellata. Perché sono fiero di passare per scemo davanti a uno che la gentilezza non sa cosa sia».

Vivendo in periferia non è mai rimasto invischiato in situazioni borderline?
«No, le conosco bene ma sono stato furbo a non cascarci dentro. Ho amici ai quali sono stato sempre leale, senza mai diventare come loro».

Lei ha iniziato come modello e stuntman: voleva già diventare un attore?
«E chi ci pensava! A 18 anni facevo arti marziali e, fuori dalla palestra, mi fermò un agente a caccia di volti nuovi per la serie Distretto di polizia. Mi disse: “Cerco uno con la faccia da figlio di mignotta, capace di fare a pugni”. Allora ero rasato, quel giorno avevo un occhio nero ed ero diffidente. Io non mi sarei mai proposto come attore: dopo le superiori mi sono iscritto alla facoltà di Economia. Non mi piaceva, ma andavo bene. Il primo set, nell’agosto del 2006, è stato quello che mi ha cambiato la vita: ho capito subito che recitare mi piaceva troppo per restare solo un’esperienza. Ho lasciato l’università. I miei si erano un po’ preoccupati, ma ora sono i miei più grandi fan».

A 30 anni è impegnatissimo anche nei sentimenti (è fidanzato da quattro anni con la ballerina Roberta Pitrone, ndr). È vero, come ha scritto qualcuno, che sente il desiderio di paternità?
«Anche se convivo con la mia compagna, a essere sincero non ci penso ancora seriamente. In futuro, si vedrà».

Valeria Vignale