12 maggio 2017

Francesco Gabbani: amo le telecamere, detesto le feste

Faccia sorridente, viso pulito, ciuffo gellatissimo. Un piacione dall’italiano impeccabile, uno di quelli che ci staresti a conversare – e a cazzeggiare – ore e ore. Francesco Gabbani sa come farsi ascoltare anche quando non è sul palco con la scimmia di Occidentali’s Karma (la hit che ha sbancato a Sanremo).

Siamo nel bar di un hotel milanese, sullo sfondo una coppia che si sbaciucchia. L’intervista inizia così. Per spiegare chi è oggi il cantautore di Carrara, 34 anni, si parte dal negozio di strumenti del padre musicista, dove lui suonava da bambino («Ho cominciato con la batteria a 4 anni»). Poi un flash al liceo, nel ruolo del batterista perfettino del

la band della scuola: «Non ero il frontman maledetto e non sono mai stato neanche un rockettaro né un capellone». Da allora sono passati una ventina d’anni, ma il suo gusto per l’estetica è ancora lo stesso: «Ci tengo a essere presentabile per rispetto degli altri, ma i vestiti non sono mai stati una priorità».

Eppure della sua esibizione all’Eurovision Song Contest, la kermesse canora europea che si chiude il prossimo 13 maggio a Kiev (Ucraina), per ora di ufficiale c’è solo il look. Fresco di uscita del nuovo album Magellano (pubblicato il 28 aprile da Bmg), Gabbani rappresenta l’Italia e, come all’Ariston, vestirà outift griffati Daniele Alessandrini, lo stilista dei pull colorati che hanno conquistato Sanremo. «La scelta dei maglioncini ha avuto una funzione provocatoria: rompere gli schemi del tradizionale stile sanremese. Che però ho voluto omaggiare durante la finale (con un completo elegante, ndr)».
Anche portare una scimmia sul palco è stata una mossa originale…
«Quando quello vestito da scimmia ero io (alla quarta serata, ndr), prima di salire sul palco mi sono detto: “ma che diavolo sto facendo!”».

Poi però sul palco ci è salito, e oggi ha un record di visualizzazioni su YouTube e un successo che varca i confini nazionali. Molti però ancora si chiedono il vero significato di Occidentali’s Karma.
«Infatti la canzone ha due tipi di pubblico: quello che capisce il significato del testo e quello a cui il brano è dedicato».

Quindi?
«Dietro quel ritornello che è solo apparentemente superficiale (“la scimmia nuda balla”, citazione del bestseller di Desmond Morris, ndr) si nascondono spunti di riflessione: l’intento è ironizzare su come ci avviciniamo alle culture orientali per cercare la serenità interiore. Peccato che poi tentiamo di occidentalizzare tutto, e lo yoga diventa modaiolo. Questa è una chiave di lettura sofisticata. Ma va bene anche che le persone si divertano e basta. La musica è condivisione e intrattenimento, serve per colorare le nostre vite senza la ricerca di un perché a tutti i costi».

Che esibizione vedremo a Kiev?
«Al Festival abbiamo scelto una formula che aiutasse a far arrivare il brano al pubblico nel miglior modo possibile, quindi sarà simile, con la scimmia (il ballerino Filippo Ranaldi, ndr) e i coristi: le voci devono essere tutte dal vivo».

Si aspetta la vittoria? In molti ci scommettono.
«In una competizione non basta parte- cipare, ma se capita va bene lo stesso. Certo, se vincessi, per rispettare tutti gli impegni dovrei fare i salti mortali».

Di che impegni parla?
«La promozione del disco, il tour (parte il 19 giugno daVerona e si conclude il 22 settembre a San Vito Lo Capo, ndr) e le varie esibizioni in giro per l’Europa».

Non vorrei essere la sua fidanzata….
«Dalila (Iardella, ndr) mi ha trasmesso l’entusiasmo che avevo perso. È una mia grande sostenitrice. Soffre per la lonta- nanza, ma non me lo fa mai pesare».

È una tatuatrice: si esercita su di lei?
«No, mi piacciono i tatuaggi ma non ho mai sentito l’esigenza di averne uno. Non li condivido come elemento decorativo. Più che sulla pelle, io li ho nell’anima».

Con la sua famiglia che rapporto ha?
«Mio padre ha sempre creduto in me. Con mia mamma è stato difficile, avrebbe preferito che mi laureassi. Credo che solo quest’anno abbia accettato che faccio musica. E poi c’è mio fratello Filippo: scrive i testi con me e Fabio Ilacqua».

Un sodalizio vincente.
«Con noi c’è anche il produttore Luca Chiaravalli. Siamo una bella squadra: io e Fabio abbiamo scritto per Renga, lui per Mengoni e io per Celentano (Il bambino col fucile, ndr). Nel disco omaggio il mollegiato con una mia versione di Susanna».

È difficile starle accanto?
«Vorrei dire di no, ma la verità è che sì, sono un tipo espansivo ma anche piuttosto permaloso. E sulle prime agisco d’istinto, salvo poi diventare riflessivo».

Si pente spesso di quello che fa?
«No: il pentimento presuppone il tornare indietro e poter fare un’altra scelta».

È un ragionamento complesso…
«In Magellano c’è molto del mio modo di concepire la vita: sono ossessionato in maniera positiva dal riuscire a capirmi». Il fil rouge tra i brani è proprio la scoperta. «Sì, il viaggio alla scoperta del mondo intorno a noi e dell’ignoto dentro di noi. Ce n’è parecchio e la cosa difficile è pro- prio conoscersi e accettarsi».

A che punto è di questo percorso?
«Vivere la notorietà alla mia età significa farlo da anti-star. I complimenti dei fan, per esempio, mi fanno piacere ma non mi cambiano la vita, non migliorano quello che sono veramente».

E chi è veramente?
«Uno che preferisce la montagna al mare, che ama le telecamere ma che odia le feste e la mondanità».

Meglio una partita a calcetto?
«L’anno scorso mi hanno chiamato nella nazionale cantanti. Ho stabilito un record: sostituito prima del fischio d’inizio».

Rachele De Cata