Intervista a Luca Ricci sul romanzo “Gli autunnali”, segnalato per lo Strega 2018

11 aprile 2018

Gli autunnali (La Nave di Teseo, € 17), esordio al romanzo dello scrittore Luca Ricci, racconta di un cinquantenne alle prese con l’autunno dell’esistenza e del suo matrimonio.

 

In un mercatino di Roma uno scrittore è attratto da un antico volume sugli artisti di Montmartre, e rimane folgorato da una foto di Jeanne Hébuterne, la compagna suicida di Amedeo Modigliani. Il fantasma di quella donna diventa un’ossessione, che allevia la fatica di un rapporto matrimoniale ormai privo di slanci, fino all’incontro con la cugina di sua moglie Sandra, Gemma, la cui somiglianza con la Hébuterne lo induce a iniziare una relazione che diventerà sempre più complicata. Sullo sfondo una Roma autunnale, decadente e struggente.

Gli autunnali è stato segnalato da Renato Minore per il Premio Strega 2018. Abbiamo incontrato l’autore per parlare del romanzo, che di recente ha suscitato anche un vivace dibattito in rete, e ci ha anticipato (piccolo scoop) che questo è solo il primo volume di una quadrilogia sulle stagioni. E non è l’unica anticipazione di questa intervista.

Racconti, in modo lucido e vivido, la parabola del matrimonio, soggetta alle terribili leggi dell’amore, prima fra tutte il passare del tempo, capace di logorare curiosità e passione nei confronti dell’altro. La ferita del disamore è un tema che ricorre in quello che scrivi…
«Sono vent’anni che scrivo di questo. Ne ho scritto in tutte le declinazioni. Facevo ragionamenti sulla “coniugalità” anche prima di sperimentare la vita matrimoniale. E, dopo sposato, ho dato verosimiglianza a quello che pensavo. Però le mie analisi non sono mai a discapito dell’uno o dell’altro sesso; quello che capita, gli imprevisti e le possibilità che possono intervenire in una relazione, valgono per gli uomini e per le donne nella stessa misura».

In realtà nel libro questa vivisezione del matrimonio morente sembra un po’ sbilanciata sulle istanze e sulle pulsioni maschili. Pensi che ci sia un atteggiamento diverso tra uomini e donne nel momento in cui bisogna affrontare la terribile fase dell’amore dopo l’amore?
«Che in questo romanzo capiti solo a lui di tradire è un caso, avrebbe potuto succedere anche a sua moglie Sandra, anzi, spesso il protagonista si interroga sulla vita di lei in assenza di lui. Per l’uomo, in particolare, la preoccupazione di essere tradito rimane un rovello perenne, anche quando subentra la noia di indagare fino in fondo sull’altro. I coniugi, in ogni caso, sono come due detective che a un certo punto smettono di investigare l’uno sull’altro per noia».

I protagonisti sono due “autunnali”, due amici in tempo di bilanci. La cosa più temuta è invecchiare, perdere le illusioni nei rapporti amorosi. La quotidianità ha bisogno di essere nutrita con leggerezza e novità, il sesso di essere alimentato da iniezioni di trasgressione, anche estrema. Il disimpegno è l’unico modo per affrontare la crisi di mezza età?
«Io non definirei i protagonisti disimpegnati. I loro legami principali rimangono preponderanti. Sono solo due cinquantenni che, come tanti, stanno vivendo una fatica nei loro legami duraturi e cercano una sorta di salvezza. Ma le donne con cui hanno a che fare, a partire dalle mogli di entrambi, non sono descritte impietosamente, né ho voluto dargli una connotazione di vittime».

L’idea dell’ossessione per un’immagine incorporea è antica e modernissima allo stesso tempo. E richiama una modalità contemporanea di interazione, l’innamoramento virtuale sempre più diffuso grazie ai social network. È stata una suggestione per te?
«La letteratura non deve necessariamente occuparsi di realtà ma spesso è la realtà che si occupa della letteratura. Rispetto al 900 oggi la realtà virtuale è preponderante, e ha portato a una deriva feticistica. Ci invaghiamo di foto che vediamo sui social, ci incapricciamo di simulacri. Spesso viviamo il paradosso si incontrare qualcuno, prendere un caffè insieme e poi cercare di sapere di più di quella persona attraverso Instagram o Facebook».

Una protagonista assoluta del romanzo è Roma, affascinante e struggente, nella sua luce e nei colori autunnali. Che cosa rappresenta la città eterna per te, che sei pisano?
«Sono convinto che chi non è romano sia capace di raccontare sfumature e contraddizioni di Roma forse meglio di chi ci è nato. Penso a Flaiano, a Fellini, sono per citarne alcuni. Roma è la metafora perfetta della decadenza, è un autunno perenne. Perennemente sul punto di morire, ma in realtà immortale. Eternamente in rovina, ma una rovina che durerà in eterno».

Il libro si legge come una sequenza di flash, in bilico tra prosa e poesia. Come è stato il passaggio dai racconti al romanzo? Ci anticipi qualcosa del tuo prossimo progetto?
«Avevo alcune poesie sull’autunno e un racconto sull’ossessione per Jeanne Hébuterne; il romanzo in pratica è una sintesi tra racconto e poesia, quindi la celebrazione di due generi che insieme hanno formato Gli autunnali. Posso anticipare che questo è il primo capitolo di una quadrilogia sulle stagioni che sto preparando. E che il capitolo sull’inverno sarà raccontato dal punto di vista di una donna».

Eleonora Molisani @emolisani