24 maggio 2017

5 domande a Jasmine Trinca, protagonista di “Fortunata”

 

Jasmine Trinca interpreta una donna che è l’esatto opposto di lei. In Fortunata di Sergio Castellitto, presentato al Festival di Cannes (nella sezione Un Certain Regard) e già premiato dai botteghini (560 mila euro di incassi nei primi quattro giorni di uscita), è una borgatara tutt’altro che baciata dalla sorte, nonostante il suo nome: separata da un marito manesco, con una figlia di otto anni, insegue il sogno di aprire un negozio di parrucchiera per poter ricostruire la sua vita da donna indipendente e mamma single. E in questo percorso si innamora di un uomo di tutt’altra estrazione: Patrizio, psicologo della figlia (Stefano Accorsi). Nata dalla penna di Margaret Mazzantini, Fortunata è una donna grezza e spiccia, di una bellezza esibita e appariscente che sembra la versione pop del fascino naturale ed elegante di Jasmine. La 36enne attrice romana ha debuttato proprio al Festival di Cannes, nel 2001, lanciata da Nanni Moretti in La stanza del figlio, e da allora è tornata sulla Croisette con altri e diversissimi film, da La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana (2003) al francese L’apollonide di Bertrand Bonello (2011), da Il caimano sempre di Moretti (2006) a Miele di Valeria Golino (2013).

Fortunata è una specie di guerriera odierna?
«In un certo senso sì, la vedo come un’eroina con un’immagine da graphic novel: bionda, con un corpo snello e forte, sempre in tacchi alti, anche quando deve correre a fare i capelli a domicilio. E proprio perché corre sempre, si muove sui tacchi in maniera un po’ strana e sbilanciata, come a dire che nella sua vita non c’è equilibrio. Dietro quell’immagine pop, c’è un’altra vita, più nascosta. Ha dentro una rabbia che non riesce a controllare.».

Anche lei ha una figlia di otto anni (Elsa, nata dalla relazione con il suo primo compagno, ndr): essere madre l’ha aiutata a interpretare questo personaggio?
«Quando recito cerco sempre di non pescare emozioni dalla mia storia personale. Mia figlia ha la stessa età di quella del film, è vero, ma ho evitato di pensarci o immaginarmi in una situazione simile: è sempre meglio creare una distanza, per me e per il fim».

L’amore fra persone diversissime, come Fortunata e Patrizio, è destinato a finire?
«Non è facile perché appartengono a mondi diversi e i loro stessi nomi lo suggeriscono: lui benestante psicologo, lei plebea… Il film racconta la loro illusione d’amore, perché Fortunata è spinta verso di lui dal bisogno di uscire dalla sua realtà infelice, ma alla fine scopre che non è vero amore. La passione non sempre coincide con sentimenti più profondi».

Pensa che questo sia un film femminista?
«Racconta la storia di una donna senza però essere un “manifesto”. Sergio Castellitto sa entrare nella quotidianità femminile con simpatia e amore: è questa la forza del film ed è molto meglio di tante teorie».

E Fortunata è in qualche modo fortunata?
«No, non lo è, ma è piena di vita e lotta per andare avanti. Non lo fa perché lo decide di testa, lo fa vivendo. Come succede a tante donne».

Valeria Vignale