Casey Affleck

Casey Affleck, il ruggito dell’attore

02 agosto 2022

Incontro con l’attore Casey Affleck (46 anni). Ha vinto un Oscar per Manchester By The Sea

Racconta Casey Affleck: «La prima reazione che ho quando un personaggio mi colpisce nel profondo? Piango. Piango per i suoi tormenti, piango per i suoi sentimenti, che a poco a poco diventano anche i miei». Bastano queste parole (e il racconto del suo “ruggito”) a rivelare quanto sia antidivo e antimacho l’attore e regista, fratello di Ben e migliore amico (nonché ex cognato) di Joaquin Phoenix, che tornerà a dirigere nel suo nuovo film, il western Far Bright Star.

Il gioco di Casey Affleck per uscire dal buio

Ospite del Riviera International Film Festival, Casey ha ripercorso le tappe della sua trentennale carriera, coronata nel 2017 dall’Oscar come miglior attore di Manchester By The Sea, e partita in un certo senso da bambino. Aveva appena cinque anni quando gli chiesero di salire sul palco per una recita a scuola davanti a un’attivista per i diritti umani: «Ogni bambino doveva fare qualcosa, io dissi che volevo essere un leone. Mi misero addosso una maschera e salii. Era la mia prima volta sul palco, ricordo di aver ruggito più forte che potessi. Spaventai quasi le persone, mentre la maschera mi cadeva, insomma fu un disastro. Oggi ci ripenso come un momento fondamentale per la mia carriera: c’era già qualcosa di forte dentro di me che scalpitava per uscire».

Una famiglia difficile

Racconta Casey Affleck anche un’altra esperienza centrale per il suo mestiere. Una di quelle di vita vissuta che affonda le radici in un’infanzia tutt’altro che facile: «Mio padre era un alcolizzato e mia madre portava me e Ben alle riunioni dei figli dei genitori con problemi di dipendenza. Ricordo che oltre a parlare delle nostre esperienze buie facevamo insieme un gioco di ruolo. Dovevamo impersonare i nostri stessi genitori. Così io facevo mio padre ubriaco che tirava cose per la casa. Provare a capire le sue sensazioni e mettermi nei suoi panni è tuttora il motivo per cui faccio l’attore».

Ruoli “a caso”

Ci ha messo tanto Casey per capirlo: «All’inizio per me recitare era solo un buon modo per pagarmi il college: lavoravo e studiavo, lavoravo e studiavo, alla fine sono diventato più vecchio di tutti i miei compagni di college e ho deciso di dedicarmi solo al cinema. I ruoli allora non m’interessavano, mi bastava sapere che se mi fossi presentato sul set in orario qualcuno mi avrebbe pagato, punto. Oggi so di aver accettato ruoli con cui non mi sentivo connesso, del resto Hollywood non è una comunità in cui le persone si aiutano tra loro, non c’erano attori più anziani che mi davano consigli o dicevano: “Vieni, ti aiuto io”.

Casey Affleck cambia strada

Così ho cambiato tanti set e provato anche personaggi molto distanti da me». Un esempio su tutti? «Lo sceriffo Low Ford di The Killer Inside Me, l’ho odiato sin dal principio, un uomo violentissimo. Amo i registi con una visione, Winterbottom voleva in qualche modo disgustare il suo pubblico, così ho accettato». Il più amato? «Robert Ford di L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, un cattivo decisamente interessante nei suoi tormenti».

La sua ricetta-benessere

Quando si immerge nei tormenti di personaggi oscuri, come molti che ha interpretato, come ne esce? «La mia salvezza è tornare a casa. Stare con la mia famiglia, i miei amici, le persone che ho scelto accanto. Non sono come Daniel Day Lewis, attore molto più bravo di me, che si fa chiamare anche dai familiari con il nome del suo personaggio finché non finisce le riprese, così da starci dentro il più a lungo possibile. A me serve staccare dal set e sapere che ho una vita e un’identità mie a cui tornare. Non ho nessuna intenzione di diventare pazzo».

Non vuole diventare pazzo, Casey Affleck

Di pazzi però dice di averne conosciuti, specie di colleghi e amici che sono diventati tali per il successo: «Per fortuna non sono mai stato un fan della popolarità, trovo che il successo sia una droga da cui si fa presto a diventare dipendenti e perdersi. Sia il successo che il fallimento sono illusioni, ma il successo è più pericoloso. Inizi veramente a credere a tutto quello che ti dicono, ai complimenti che ricevi, e inizi a replicare cose che hai già fatto solo per ottenere lo stesso consenso dalle persone. Così cessi per sempre di essere interessante. L’ho visto accadere a troppi attori e artisti: io dal successo mi tengo volentieri alla larga. Lavoro più che posso su quello che mi interessa e basta».

Marlon Brando come modello

Oggi come ieri il suo idolo resta Marlon Brando: «Non l’ho mai conosciuto, eppure è lui che mi ha fatto diventare quello che sono. Era l’eroe della mia gioventù, e mi ha insegnato che fare l’attore non significa imparare a memoria le battute, ma andare a capire chi è il personaggio da interpretare, che tipo di persona è nel profondo. Ha segnato un’importante svolta nella storia della recitazione, eppure per un po’ si è allontanato dal mondo del cinema, ha vinto un Oscar per Il Padrino e ha mandato un’altra persona a prenderlo, ha sposato la causa dei nativi americani e nelle interviste voleva parlare più di politica che di cinema. A chi gli chiese perché lasciava la recitazione rispose scoppiando in lacrime. Poi se le asciugò e disse: “Vedi, questa è la recitazione, adesso passiamo ad altro”.

Ci vuole una pausa

Aveva ragione: a volte serve una pausa, cercare di rimanere realistico facendo leva sui propri sentimenti è un processo stancante, per quanto catartico. Oggi riesco a capirlo bene». C’è un altro mestiere ugualmente stancante ma molto più gratificante in cui Casey Affleck si impegna ogni giorno, fare il padre: «Ai miei due figli (Indiana e Atticus, ndr) insegno il pacifismo, valore che mi ha trasmesso mia madre. E dico loro: “Dovete fare attenzione alle cose che pensate, perché cambiano le vostre scelte, e le vostre scelte creeranno le abitudini della vostra vita”».

Di Claudia Catalli – Foto Getty