Costantino della Gherardesca: «Porto la causa gay a teatro»

13 Giugno 2019

Uno show famoso, The Boys in The Band, e un traduttore d’eccezione, Costantino della Gherardesca: «L’attivismo è una  cosa seria, non uno slogan da T-shirt»

 

Lo conosciamo come conduttore radio e tv. Certo. Ma lui è soprattutto lingua e penna tagliente, role model, aspirante marito, influencer perché oggi chi non lo è. Ci mancava il Costantino della Gherardesca traduttore, ed eccolo qua. Il testo scelto è The Boys in The Band di Mart Crowley, che andrà in scena a Milano, allo Spazio Teatro 89, dal 13 al 19 giugno, nel mese che celebra i cinquant’anni del movimento LGBTQ.

Lo show è la commedia-manifesto della comunità gay messa in scena per la prima volta nel 1968 e celebrata l’anno scorso a Broadway con un cast straordinario: Jim Parsons, Matt Bomer, Zachary Quinto, produzione Ryan Murphy. Da questo spettacolo è stato tratto un film omonimo che Netflix trasmetterà nel 2020.

Perché hai scelto proprio questa pièce?
«Per le sue battute forti, per le nevrosi dei gay di allora che riscopriamo oggi e che la rendono così divertente. È il prodotto dell’esperienza di omosessuali che ora hanno più di settant’anni, la generazione più geniale di tutte, quella che ha combattuto davvero per i diritti e la liberazione sessuale. Mai avrebbero pensato che un giorno ci sarebbero state le famiglie arcobaleno col passeggino».

Molti di quei diritti sono stati raggiunti.
«E vengono dati per scontati. Il gay ventenne occidentale di oggi non ha le nevrosi di un tempo, ma purtroppo ha anche perso la coscienza politica: non sa nemmeno come li ha ottenuti, quei diritti».

Di chi è la colpa?
«Dell’effetto Michael Jackson, lo chiamo così. Lui ha anticipato i tempi. Stava continuamente sotto le telecamere, in un mondo tutto suo, ma in fondo non viveva negli anni 80 la vita che oggi facciamo tutti? Non voglio sembrare il vecchio trombone che critica gli smartphone, ma siamo tutti dei piccoli Jacko. Siamo passati dalla socializzazione alla concentrazione sull’io. Secondo alcuni questa rivendicazione dell’identità individuale è un’istanza  di sinistra, a me suona quasi fascista».

L’attivismo è morto?
«Si è ridotto agli slogan sulle T-shirt».

Parliamo di un’altra battaglia: la tua dieta perenne. Ti trovo in gran forma.
«Io mi vedo già ingrassato di nuovo. Sono stato in India a trovare un vecchio amico yogi e lì ho fatto una specie di voto induista. Si chiama artha ed è una pratica venale: riti scaramantici per diventare ricchi, è tutto finalizzato a quello. Per questo ho smesso di mangiare manzo e sono dimagrito: per fare soldi».

E dunque avere una dote da offrire al tuo futuro marito: lo stai ancora cercando?
«Certo! I tempi di The Boys in The Band sono lontani: all’epoca si avevano molti partner sessuali, la monogamia era impensabile. Ora anche noi gay sentiamo la pressione sociale di doverci sposare a tutti i costi. Perciò io e i tre-quattro single rimasti a Milano abbiamo avuto un’idea».

Ovvero?
«Una trasmissione che andrà su Instagram Tv per trovare marito. Gli scapoli, sia omo sia etero, lanciano l’appello e chi vuole si candida per un appuntamento al buio con loro. Abbiamo già dei sostenitori di lusso per il progetto, tra cui l’ex ministra Elsa Fornero: non è deliziosa? L’unico sfortunato sarà quello che mi sposa».

Di Mattia Carzaniga