30 November 2019

Casey Affleck: «Il mio film da padre single»

Casey Affleck segue le orme del fratello Ben. E torna da attore, autore e regista con una storia tosta. Molto, ma molto personale

Nel bel mezzo delle sue riflessioni sulla vita, e sul perché ha girato la storia di un padre e una figlia persi in un mondo apocalittico, Casey Affleck alza gli occhi e chiede: «Perché mi guarda così? Sta pensando: “What the fuck… Che cavolo dice questo?”». E si scioglie nella sua prima, timida, risata. Il 44enne attore, premio Oscar per Manchester by the Sea nel 2016, ha l’aria dell’eterno ragazzo ma è un uomo riflessivo e schivo, che scuce pochi sorrisi anche sui red carpet.

In scena fin da ragazzino come e con il fratello Ben (erano insieme in Will Hunting – Genio ribelle), Casey Affleck ne sta seguendo le orme da autore-attore-regista uscendo dall’ombra dell’”Affleck numero due” di Hollywood. Il film Light of my Life (uscito il 21 novembre), che ha scritto, interpretato e diretto, è ambientato in un mondo in cui la popolazione femminile è stata sterminata da un misterioso virus e gli uomini sono diventati brutali e aggressivi per la mancanza di donne. Così lui si nasconde nei boschi con la figlia 11enne camuffata da maschio.

Hai due figli di 15 e 11 anni. E hai definito questo film “un atto d’amore”. Com’è nata l’idea?
«Forse è nata proprio con la favola che il padre racconta alla figlia nelle scene iniziali del film: era una delle tante che ho davvero inventato per i miei bambini, questa in particolare era per Indiana August quando aveva 5 anni (ora ne ha 15, ndr). E poi quando mi sono separato, nel 2016, ho elaborato a modo mio, con la scrittura, le mie paure di padre single. Il mondo sembra un posto pericolosissimo a ogni genitore, ancora di più se esce dal nucleo originario di una famiglia unita. Forse per questo creare un mondo distopico mi è sembra l’idea migliore per tradurre quelle emozioni in cinema».

I tuoi ragazzi non si sono ingelositi vedendoti recitare con Anna Pniowsky, la 13enne protagonista?
«Al contrario, erano sollevati! Temevano che volessi coinvolgerli o raccontare qualcosa di loro, mettendoli in imbarazzo. Per questo ho voluto una bambina al centro della storia. Però ci ho messo anche la mia esperienza di padre: volevo esplorare la linea sottile tra la voglia di proteggere i figli e la necessità di dargli l’indipendenza necessaria ad andare da soli nel mondo. Difficile trovare l’equilibrio».

In Light of My Life le donne sono state decimate da un virus e gli uomini sono brutali. Questo film è un modo per schierarsi con il movimento del #metoo e rispondere alle attrici che ti avevano accusato di molestie?
«In realtà l’ho scritto parecchi anni fa, molto prima che il #metoo nascesse. Ma a prescindere dal film, ho a cuore i valori femministi: io sto dalla parte delle donne che chiedono parità».

La storia ricorda il romanzo La strada di Cormac McCarthy, diventato un film con Viggo Mortensen: anche il tuo è un road movie, con una bambina anziché un maschio. Ti aveva ispirato?
«Amo la fantascienza, le storie distopiche e i road movie: ne leggo e vedo moltissimi. E ho amato i libri di McCarthy al punto che anni fa gli scrissi perché ero sul set a El Paso, dove vive, e lui mi venne a trovare con la moglie: avevano appena avuto un figlio, temevano che l’America stesse diventando troppo violenta per chi ha bambini. Quando anni dopo ha scritto La strada ho ripensato proprio alle sue parole di quel giorno. Forse mi ha influenzato, ma questa è la mia visione del mondo».

Quali sono le tue più grandi paure?
«Sicuramente la violenza e, nel mio Paese, la facilità con cui le persone possono procurarsi le armi. Ma sono stato con la mia compagna a una marcia per il “gun control” e ne sono uscito più ottimista: ho visto e ascoltato tanti giovani informatissimi, pronti a battersi per limitare l’uso delle armi. Ho fiducia nelle nuove generazioni».

Della tua adolescenza sul set che cosa ricordi oggi?
«Era il modo più divertente per saltare la scuola! Sono cresciuto lontano da Hollywood, ma la migliore amica di mia madre, una direttrice di casting, mi aveva coinvolto in vari spot. Ricordo quelli sul meteo in onda dopo i notiziari: io ero il bambino con l’ombrello che ricordava alla gente di attrezzarsi per le piogge in arrivo. Al liceo ho recitato in commedie teatrali, poi con mio fratello Ben e Matt Damon».

Hai tenuto conto dei tuoi ricordi dirigendo Anna in questo film?
«Sì, perché volevo che vivesse un’esperienza positiva e avesse voglia di recitare ancora, com’era successo a me. Spero di esserci riuscito, perché a volte sono stato anche esigente e forse noiosetto».

Di Valeria Vignale