7 dicembre 2018

Rami Malek: «Ho perso il sonno per cantare come Freddie»

 

Sembra timido. Riflessivo. Parla soppesando le parole. Rami Malek è apparentemente diversissimo dal grintoso Freddie Mercury che interpreta, con altrettanta verve, nel biopic Bohemian Rhapsody, appena uscito nei cinema. Bisogna parlarci insieme per scoprire che il 37enne attore americano di origine egiziana ha, del rocker, la stessa passione. E il coraggio.

Se la serie tivù Mr. Robot (ora su Amazon Prime Video) l’ha trasformato in una star mondiale, il film musicale di Bryan Singer è stato una scelta coraggiosissima: poteva stopparne la carriera anziché lanciarlo (come sta succedendo) tra le icone e i sex symbol della sua generazione. Bel rischio interpretare una popstar diventata leggenda dopo la morte prematura, a 45 anni, nel 1991, per Aids. A ogni modo, Rami non si ferma.

Perché ha rischiato?
«Perché Freddie Mercury mi ha sempre ispirato: era uno spirito davvero rivoluzionario. Uno che sfidava stereotipi e convenzioni nella sua vita quotidiana, prima ancora che nella musica».

Lo racconta un po’ come se fosse il suo supereroe…
«Sì, ma uno così forte da ammettere anche le défaillances. Quando si metteva in testa di fare qualcosa ci provava dando tutto se stesso, ma poi se non gli veniva bene era il primo a dirlo al mondo senza sentirsi da meno. La sua forza e affidabilità stavano proprio in questo».

Ha scoperto qual è il segreto per conquistare questa forza?
«Forse era nella sua vita prima dei Queen. Freddie era nato a Zanzibar, isola della Tanzania, poi la sua famiglia si era trasferita in India e lui era andato a scuola a Bombay. Quando è volato coi suoi in Gran Bretagna, da immigrato, era apparentemente timido e schivo. Però dentro aveva grinta, coraggio e capacità di comunicare tali da poter empatizzare con le folle. Era una potenza, e non solo nella voce».

A proposito, come si è preparato a imitare quella voce pazzesca?
«Ho iniziato studiando il suo modo di muoversi, prima ancora che la voce. Con l’aiuto di un coach, ho cercato di imitare la sua carica di spontaneità nelle interviste. Come guardava negli occhi con quel fare spavaldo, quasi da spaccone. Aveva anche qualcosa degli altri cantanti che ammirava: David Bowie, Mick Jagger».

È stato difficile vestire i suoi panni mentre cantava in un concerto mitico come il Live Aid del 1985?
«Una cosa da perderci il sonno! Infatti… non ci ho dormito».

Le vostre storie non si somigliano? Anche lei è figlio di immigrati…
«I miei vengono dall’Egitto, io sono della prima generazione americana. E anche se sono cresciuto a Los Angeles, vicino a Hollywood, non è stato facile spiegargli che volevo fare l’attore. Mio padre avrebbe voluto che facessi l’avvocato. Io invece ho studiato teatro e ho iniziato, da comparsa, in Una mamma per amica (nel 2004, ndr). D’altronde c’è qualcosa che scatta in me, nel profondo, quando recito. Qualcosa che mi trascina lontano, altrove, ed è forte da fare paura».

Bruce Lester