Entra nel mondo di Mirror Mirror

2 ottobre 2017

Ecco il prologo e il primo capitolo del romanzo Mirror Mirror di Cara Delevingne, uno “young adult” potente, che ruota intorno alla storia di Red e dei suoi tre bbf. Tra musica, amori, drammi e segreti inconfessabili. Il libro-evento, realizzato con Rowan Coleman, edito da DeA, sarà in vendita nelle librerie dal 10 ottobre. (€ 16,90, e-book € 9,99).

Il sole sorgeva mentre tornavamo a casa, strascicando i piedi, le nostre braccia intrecciate, il caldo dell’estate che si ammassava nell’aria. La testa di Rose poggiata sulla mia spalla, il suo braccio intorno alla mia vita. Mi ricordo con esattezza la sensazione del suo fianco che batteva contro il mio come fosse fuori ritmo, della sua pelle sulla mia, calda e morbida.

Mancava poco alle cinque; la luce del mattino, violenta e dorata, faceva brillare le strade sporche neanche fossero nuove di zecca. Avevamo visto tante volte l’alba, tornando a casa insieme dopo le lunghe nottate in giro, trascinando quel momento finché non ci si chiudevano gli occhi. Fino a quella notte, la vita era bella. Era finalmente nostra e noi le appartenevamo riempiendola ogni secondo di cose nuove che ci sembravano importanti. Ma quella notte era diversa.

I miei occhi bruciavano, la bocca era arida, il cuore mi batteva forte. Non volevamo tornare a casa, ma che cosa potevamo fare? Non c’erano altri posti dove avremmo potuto andare. «Perché adesso?» ha detto Rose. «Andava tutto bene. Era contenta, felice. Perché proprio adesso?». «Vabbè, non è la prima volta» ha risposto Leo. «Per questo gli sbirri non sono preoccupati. L’ha già fatto prima. Soldi, zaino pieno di cibo, chitarra. Sparire per un paio di settimane è proprio da lei».

«Ma non da quando ci sono i Mirror, Mirror» ha ribattuto Rose. «Non da quando ci siamo noi. Giusto? Prima, quando si tagliava, prendeva e scappava via. Ma non da quando c’è la band. Era… stavamo tutti bene. Andava tutto benissimo». Mi ha guardato per avere conferma e io non potevo che darle ragione: la vita di noi tre era cambiata totalmente nell’ultimo anno. Prima della band, insieme eravamo cool, eravamo super punk, eravamo proprio strafighi. Pensavamo che anche per Naomi fosse lo stesso, che non avesse più bisogno di scappare di casa. Fino alla notte prima.

Quella notte siamo rimasti tutto il tempo fuori, in giro per la città. In ogni luogo in cui eravamo stati con lei, ci siamo tornati senza di lei. Siamo stati nei posti che conoscono anche i nostri genitori, e in quelli di cui non abbiamo mai fatto parola; nei locali che non andrebbero bene per noi, perché eravamo troppo giovani, carichi e puzzolenti di sudore e ormoni. Ci siamo fatti largo a gomitate tra la folla che ballava, cercando di avvistarla. Siamo strisciati nell’ombra, nei vicoli dietro i pub dove si può trovare la roba, per parlottare con dei ragazzetti nervosi dagli occhi cerchiati che ci hanno proposto lo skunk. Quella notte lo abbiamo rifiutato.

Siamo andati in posti senza insegne, dove bisogna conoscere qualcuno per entrare. Seminterrati bui, dove avevano fumato così tanto da rendere l’aria irrespirabile: la musica era talmente forte da farti fischiare le orecchie, il petto vibrava e il pavimento sobbalzava seguendo il ritmo. Siamo stati in questi posti e in molti altri. Il giardino nel condominio dove andavamo a cazzeggiare. Il fiume, estraneo, su cui si affacciano gli appartamenti dei milionari. Vauxhall Bridge, il ponte che sentiamo talmente nostro da sembrarci quasi un amico, una specie di testimone: lo avevamo attraversato milioni di volte, gridando per farci sentire nel traffico. Alla fine abbiamo provato in quel centro scommesse vuoto, con la porta rotta e il materasso sul retro, dove vanno alcuni ragazzi per stare soli. Alcuni, ma io mai, perché se c’è una cosa che odio è la solitudine.

La notte passava, ora dopo ora, ma noi pensavamo che presto l’avremmo trovata, che stava solo facendo una delle sue scene per attirare l’attenzione quando stava male. Eravamo sicuri che la nostra migliore amica, nonché membro della band, Naomi, fosse in un posto che conoscevamo solo noi. Ad aspettarci.

Perché non puoi esistere e il giorno dopo sparire di colpo. Non ha senso. La gente non svanisce nel nulla senza lasciare tracce.

Questo ci dicevamo la notte in cui l’abbiamo cercata, e anche quella dopo, e tutte le altre notti, finché i nostri genitori ci hanno imposto di smettere: sarebbe tornata a casa quando se la fosse sentita. Anche la polizia ha interrotto le ricerche, perché era già scappata tante volte. Ma noi ce lo sentivamo che le cose erano diverse, che non era come le altre volte, perché lei non era quella di prima. Loro non ci ascoltavano, se ne stavano lì con la loro espressione annoiata e i taccuini vuoti. Che cosa potevano saperne?

Così abbiamo continuato a cercarla noi, Naomi, a lungo, anche dopo che tutti avevano smesso. Abbiamo guardato ovunque. Ma lei non era da nessuna parte. L’unica cosa che abbiamo trovato erano i posti che frequentava.

***

CAPITOLO 1

Oggi… La vita va avanti, dicono tutti così. Dobbiamo continuare ad alzarci, andare a scuola, tornare a casa, pensare a cazzate tipo gli esami sempre più vicini. E “sperare, pregare e avere fiducia” e tutte le altre stronzate che ci ripetono.

La vita va avanti. Ma è una balla, perché la notte in cui Naomi è sparita ha premuto il tasto PAUSA per tutti noi. I giorni passano, e anche le settimane e le stagioni e qualsiasi altra cavolata, ma il resto no. Per niente. È come se vivessimo in apnea da otto settimane. E poi c’è quello che non dicono più. Non dicono più che tornerà a casa quando se la sentirà. Vedo la sorella maggiore, Ashira, a scuola: testa bassa, chiusa a cozza per scoraggiare chiunque abbia intenzione di avvicinarsi. E i suoi genitori che vagano al supermercato e fissano i prodotti senza vederli. Anche se è Nai a essere scomparsa, sono loro a sembrare persi.

Certo, una volta sarebbe scappata di casa per farsi cercare, eccome, perché un tempo quel tipo di psicodramma era la norma, per lei. Ma ormai non lo faceva da tanto, e di sicuro non in questo modo. Non avrebbe mai voluto far contorcere dalla preoccupazione i suoi genitori, o vedere Ash trattenere il respiro in attesa di cattive notizie. Nai è complicata, ma ama la sua famiglia e loro la ricambiano: è come un puntino luminoso che attira tutti sulla sua scia, come una fiamma per le falene. La sua è la classica famiglia in cui ci si prende cura l’uno dell’altro.

Davvero, Naomi non farebbe mai questo a loro. O a noi. Ma nessuno vuole sentirlo, né la polizia, né sua madre, perché è più facile pensare che Naomi sia una stronza al quadrato piuttosto che considerare che sia sparita per sempre.

Per questo a volte mi scopro a desiderare che trovino il cadavere. E mi sento una merda, sì. Però, a volte, vorrei che fosse morta così almeno saprei cos’è successo. E invece, niente. Non hanno trovato nulla. E la vita va avanti. Il che significa che ci serve un nuovo bassista per sostituire Naomi.

Per un attimo, abbiamo pensato che, senza di lei, ci saremmo sciolti. Il resto dei Mirror, Mirror – cioè io, Leo e Rose – si è riunito per le prove, e ci siamo chiesti se non fosse il caso di mollare, ed eravamo d’accordo. Solo che poi ce ne siamo stati fermi lì tutti e tre, nessuno di noi se ne andava o prendeva le proprie cose e, anche senza dirlo, abbiamo capito che non potevamo scioglierci. Smembrare la band significava non solo distruggere la cosa migliore della nostra vita, ma anche abbandonare Naomi, per sempre.

È stata lei a fondarla. O per lo meno è stata lei che l’ha trasformata da banale progetto scolastico in una cosa reale e importante. Grazie a Nai, abbiamo trovato qualcosa in cui siamo bravi, qualcosa in cui lei era bravissima. Davvero, era una grande bassista, come ne esistono pochi; la sentivi suonare e ci restavi secco. Ma, soprattutto, Naomi componeva canzoni. Ed erano canzoni stupende. Io non sono malaccio e insieme spacchiamo, ma Nai ha quel non so che di speciale, è in grado di prendere una cosa qualunque, grigia e banale, e farla brillare talmente tanto da renderla unica. Prima dei Mirror, Mirror non sapeva di avere questo superpotere, ma ora sì, perché glielo avevamo rivelato noi. E più glielo ripetevamo, più lei migliorava. Quando hai un superpotere come quello, non hai bisogno di scappare di casa.

Il giorno in cui ci siamo quasi sciolti, il prof Smith, il nostro insegnante di musica, è entrato in sala prove. Eravamo in piene vacanze estive, la scuola era semideserta, tranne che per noi, perché lui ci aveva dato il permesso di andarci. Passava le ferie seduto a leggere il giornale mentre noi litigavamo e suonavamo. Ma quella volta si è seduto e ha aspettato che finissimo di parlare e ci girassimo verso di lui, e in quel momento aveva uno sguardo diverso, mai visto prima. Il prof Smith è una di quelle persone che riempiono la stanza, non solo perché è alto e ben piazzato. È per la sua personalità. Ama la vita, ama noi che siamo i suoi studenti, e questo è raro. Ti stimola a fare, a imparare, e tutto grazie a quel tipo di energia che di solito gli adulti non hanno. Si vede che lui ci tiene davvero.

Quel giorno, però, sembrava che si fosse sgonfiato come un palloncino, come se tutta la forza e la positività che portava con sé fossero scomparse. Ed era spaventoso vederlo in quello stato, perché lui non molla mai. Mi ha colpito in un modo che non saprei spiegare e, forse, me lo ha fatto apprezzare ancora di più. Era bello vedere quanto fosse preoccupato per la scomparsa di Nai. Intendo, preoccupato sul serio. A parte noi tre e la famiglia di Nai, lui era uno dei pochi a cui sembrava importasse.

Non so cosa provassero gli altri, ma in quel momento io avrei voluto aiutarlo, proprio come sapevo che lui voleva aiutare noi.

«State davvero pensando di sciogliervi?» ha chiesto. Ci siamo guardati l’un l’altro e per un attimo è stato come tornare indietro nel tempo, prima che fossimo amici, quando eravamo solitari e maldestri, e l’idea di ritornare a quel punto era terrificante. «Senza di lei non ha senso» ho detto. «Lo capisco» ha risposto, passandosi le dita tra i capelli biondi che sono rimasti dritti come spine. «Ma ascoltatemi, se ora vi sciogliete, ve ne pentirete. Voi quattro… voi tre… io sono fierissimo di voi e di tutto quello che fate. Non voglio che perdiate questa cosa, né per voi, né per Nai. L’unica cosa che possiamo fare ora per lei è assicurarci che tutti continuino a ricordarla finché non la ritroveranno. In questo modo non smetteranno mai di cercarla. Ed è per questo che ho pensato di proporvi un’idea che mi è venuta: organizziamo un concerto, qui a scuola. Raccogliamo i fondi per aiutare la sua famiglia con le ricerche, per impedire che la gente si dimentichi di lei. Costringiamo il mondo intero a guardarci, a guardare voi, ragazzi, e quanto tenete a Nai. Questo è ciò che voglio realizzare, ma da solo non posso fare nulla. Che cosa ne pensate? Ci state?».

Certo che ci stavamo. Era l’unica cosa che potevamo fare.

***

Abbiamo continuato a suonare per tutta l’estate, solo noi tre, ma adesso che manca poco al concerto, abbiamo realizzato che dobbiamo trovare un nuovo bassista. E sarà un gran bel casino. Naomi era… è… la migliore bassista con cui abbia mai suonato, il che è strano perché è una ragazza e di solito non sono portate per questo strumento. Non sono sessista, è un dato di fatto. Per suonare bene il basso ci vuole parecchia determinazione e, soprattutto, la capacità di rendersi invisibili. E alle ragazze, cioè alle ragazze normali, piace essere guardate.

Ma oggi dobbiamo andare avanti. Devo ripigliarmi. Mentre mi trascino fuori dal letto, guardo i vestiti appallottolati sul pavimento.

A differenza mia, Leo non ha problemi, lui esce dal letto ed è già perfetto. Prende la sua chitarra e pare un dio: le ragazze lo adorano proprio come se lo fosse. Non è giusto che a sedici anni uno sia già così figo, come se fosse nato già perfetto, con la voce profonda e il fisico scolpito, alto, muscoloso.

Io invece sono ancora nella fase sgraziata. Vivo nella fase sgraziata. Se esistesse un emoji per le fasi sgraziate, avrebbe il mio aspetto. Ho quasi la certezza che sarò nella mia fase sgraziata anche quando avrò quarantacinque anni e starò per morire. Eppure vorrei davvero avere un po’ di figaggine. Anzi, a dirla tutta, vorrei la figaggine di Leo: maglietta bianca senza scritte, jeans, felpa col cappuccio e sneaker alte, candide e immacolate. Non è un livello di figaggine che posso raggiungere. Sinceramente non credo esista un livello di figaggine che posso raggiungere, a parte quella che mi arriva per riflesso da Leo. Anche Rose è fantastica, ma lei è bella nel vero senso della parola e i belli non hanno bisogno di sforzarsi. Ha dei capelli incredibili: castano scuro naturale, ma tinti di biondo sulle punte. Non è magrissima come la maggior parte delle ragazze e si può ben dire che il seno e i fianchi di Rose tengano in pugno tutti i maschi del Thames Comprehensive.

E non è tutto. Si trucca un sacco, anche se sta meglio senza. Si pettina i capelli all’indietro e si buca le calze apposta. Rose è consapevole del proprio aspetto e dell’effetto che ha sugli altri: ovunque vada, riesce a caricare l’aria di una specie di elettricità statica e a creare milioni di piccole esplosioni attorno a lei. In tante cercano di copiarla, ma non c’è nessuna come Rose, perché, ve lo giuro, è l’unica ragazza che abbia mai conosciuto in grado di sbattersene alla grande di tutto.

E quando canta… i muri vibrano. Gli occhi da castani le diventano verdi. Maschi arrapati dappertutto.

Tra i quattro membri della nostra fantastica famiglia di disadattati, Naomi era… è quella che mi somiglia di più. Se Leo e Rose sono il re e la regina del ballo in versione punk, io e Nai siamo a capo della squadra dei nerd.

Quando penso a lei, con i suoi occhiali dalla montatura spessa che le nascondono il volto a forma di cuore e i dolci occhi castani, provo orgoglio. Per come porta le camicie, abbottonate fino al collo, e le gonne a pieghe, di una lunghezza diversa rispetto alle altre ragazze. Le scarpe basse, stringate e lucidate. E dietro a tutto questo, agli abbinamenti volutamente sbagliati e alle sue scelte strane, c’è una vera dura che non ha tempo per le cazzate.

A volte io e Naomi andavamo a leggere in biblioteca in pausa pranzo. Stavamo in silenzio, immobili. Era rilassante. Lei incrociava il mio sguardo sopra la copertina del libro e sollevava un sopracciglio quando qualche primino ci passava accanto. Ci scambiavamo un sorrisetto incredulo: due super nerd che avevano in qualche modo raggiunto la pole position.

E quando suonava… era brava quanto il miglior bassista del mondo, anzi, anche di più. Io stavo alla batteria e noi due insieme eravamo il cuore pulsante della band e riuscivamo a tenere il ritmo con rara precisione.

Ora come ora, mi scoccia anche solo pensare a come vestirmi, quindi ’sticazzi. Jeans e camicia a quadri con T-shirt bianca sotto: questa è la mia uniforme. Da taglialegna professionista, come dice Rose.

Almeno non devo più pensare ai capelli, da quando me li sono rasati quasi a zero.

Pel di carota. Ketchup. Testa di cazzo.

Tutti simpatici nomignoli che mi hanno appioppato solo perché ho i capelli rossi. E non semplicemente rossi, ma anche ricci. Una massa di ricci rossi, ecco cosa mi ritrovo. Praticamente, è come se dalla nascita girassi con un cartello PICCHIAMI piantato proprio sulla testa. Rose mi ripete che potrei sistemarli e cerca sempre di spalmarmi qualche prodotto per lisciarli. No, bella mia. In più, ogni tre giorni mi propone di tingermeli di nero. Ma io le ripeto che no, sono pel di carota, e dovete farvene tutti una ragione.E poi, se avessi i capelli scuri non potrebbero chiamarmi Red, che è la cosa più figa di me.

Quello che ho fatto è tagliarli cortissimi, il giorno prima della scomparsa di Nai. Non l’ho detto a nessuno, siamo andati io e Leo dal barbiere e ho chiesto di rasarmeli di lato e lasciarli lunghi davanti, quanto basta per farli cascare sugli occhi e farli rimbalzare all’impazzata quando ci do dentro con la batteria. Mamma ha urlato per un’ora intera quando li ha visti. Mi ha detto che sembravo un avanzo di galera, e non sto scherzando. Quando papà è tornato da una delle sue “riunioni notturne del consiglio”, ha sbraitato pure contro di lui perché non mi aveva rimproverato. È stato addirittura peggio di quella volta che ho fatto quattro buchi alle orecchie. Da allora non racconto più nulla delle cose che faccio per sentirmi bene. Non ne vale la pena. Avevo capito da molto tempo che i miei genitori non mi avrebbero salvato, recuperato o aiutato. Sono entrambi così impegnati ad autodistruggersi che io e mia sorella minore Gracie siamo solo un danno collaterale. Da quando ho assimilato questo concetto, che ci crediate o no, la vita mi è sembrata più facile. Certo, è difficile ignorare che mia madre mi detesti e che mio padre sia un porco. Ma, per quanto possibile, ci provo.

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