Intervista a Fabio Genovesi: Il mare dove non si tocca è un elogio alla (sana) follia

13 settembre 2017

Dopo il successo di Chi manda le onde, premio Strega Giovani 2015, l’autore toscano Fabio Genovesi torna in libreria con un romanzo a colori visionario e fiabesco, pieno di grazia e di poesia delle piccole cose.

 

In Il mare dove non si tocca (Mondadori, € 19) Fabio Mancini ha sei anni, vive con mamma, papà, nonna e nove fratelli del defunto nonno. Una famiglia particolare, ma serena nella sua eccentrica unicità. I più strambi sono gli zii-nonni, uomini ancora vitali e impetuosi, che lo coinvolgono in mille attività assai poco fanciullesche.

Sul piccolo, oltre alla crudele noncuranza dei coetanei, grava anche un’inquietante maledizione: tutti i maschi della famiglia che arrivano a 40 anni senza sposarsi, impazziscono. Sarà per quello che Fabio comincia timidamente a corteggiare l’amica detta Coccinella?

La quasi impermeabile felicità della famiglia (che vive in pieni anni 80 ma in realtà sembra appartenere a un pianeta senza tempo) un giorno viene messa a dura prova dalla preoccupazione per la sorte del padre di Fabio, finito in coma dopo un banale incidente. Da lì il racconto del passaggio tra infanzia e adolescenza tra inquietudini, paure, immaginazione e voglia di essere amati.

Perché un libro autobiografico?
«Volevo raccontare una storia di crescita e ho deciso di partire dalla mia. Ho avuto una famiglia eccentrica, numerosa, quasi fuori dal suo tempo, ma felice e unita. Mi sentivo diverso dai miei coetanei, e anche al paese ci trattavano da “diversi”. Crescendo ho capito che l’unicità non è una vergogna e la grande lezione della mia famiglia è che possiamo essere felici nei modi più diversi. Non giocavo con i miei compagni, non facevo le cose che facevano tutti, ma che importanza aveva se alla fine ero sereno?».

Incanta e commuove il rapporto padre-figlio che descrivi nel romanzo, perché dominano la tenerezza e la complicità, fuori dai codici classici del machismo. E poi si riflette su un tipo di educazione che privilegia un percorso libero e personale…
«È esattamente quello che volevo dire. Machismo per me significa mancanza di sicurezza; un uomo sicuro non ha bisogno di dimostrare nulla, infatti mio padre non ha mai fatto a botte, non si è mai arrabbiato, non ha mai litigato con nessuno. Mi sono specchiato in lui e volevo diventare come lui. Un grande padre non dà lezioni a voce, dà l’esempio. E il vero amore non si dice, si fa. Io non ho figli ma quello che dovrebbero fare i genitori, secondo me, è insegnare senza mai imporre. I miei mi hanno sempre lasciato libero di esprimermi, non a caso prima di approdare al mestiere della scrittura ho fatto moltissimi lavori, nel frattempo mi sono laureato in filosofia.  Poi – facendo molti sacrifici e ricevendo parecchi rifiuti – sono riuscito a realizzare il mio sogno».

Qual è il segreto per raccontare il mondo con lo sguardo incantato dei bambini?
«Nella vita cerco di mantenere uno sguardo incantato sulle cose. Guardo la parte poetica, cerco di posare gli occhi su quello che è veramente importante, quello che ci fa stare bene ogni giorno. Anche nella scrittura cerco la semplicità a tutti i costi; semplicità che non significa facilità».

Hai detto: “La morte di una storia è la scaletta: lo schema ammazza la scrittura”. Come costruisci i tuoi romanzi?
«Dico sempre che la scaletta che non fa salire ma fa scendere il libro, nel senso che non voglio sapere quello che succederà ai miei personaggi nel corso della storia. Solo così quei caratteri possono diventare persone. Bisogna  lasciargli la libertà di emozionare prima chi scrive e poi chi legge».

Sei versiliese e, a differenza di tanti scrittori, hai scelto di rimanere a vivere in provincia, a Forte dei Marmi. Perché?
«Mi aiuta continuare a frequentare persone fuori dal mondo spesso autoriferito dell’editoria, in cui alla fine si rischia di credere che sia importante anche per gli altri quello che è importante solo per una serie di persone, che costituiscono un mondo a sé. Io frequento soprattutto bagnini, e forse lo sarei diventato anch’io se non avessi cominciato a scrivere. Però mi piace molto anche incontrare i colleghi alle presentazioni in giro per l’Italia, ai Festival letterari, e soprattutto mi piace incontrare i lettori. Il rapporto con chi mi legge è sempre bellissimo e stimolante».

Nel 2015 con Chi manda le onde hai vinto il Premio Strega giovani. Che cosa è cambiato da allora?
«Quel riconoscimento mi ha cambiato perché ho capito che non esistono libri per una generazione o per l’altra, ma solo libri belli o brutti. Girando per le scuole italiane l’entusiasmo e le domande degli studenti sono state meravigliose e stimolanti. Sono solo cambiati i modi in cui imparano, studiano, passano il tempo libero, leggono, ma alla fine quello che domina in tutti loro è la speranza per il futuro».

Non perdetevi la lettura di questa storia speciale che, attraverso lo sguardo puro e stralunato di un bambino, ci ricorda che essere diversi non è una maledizione, ma forse una delle più preziose opportunità per uscire dal gregge e mostrare al mondo la nostra creativa unicità.

Eleonora Molisani @emolisani