5 domande a Luca Sciortino su “Oltre e un cielo in più”, giro del mondo senza aereo

20 Gennaio 2018

Il racconto di un viaggio unico e avvincente, dall’Europa all’Asia. 10mila chilometri di paesaggi e persone documentati dagli scatti dell’autore, giornalista e giramondo no-fly.

 

 
Giornalista del settimanale Panorama, Luca Sciortino ha girato il mondo per quattro mesi servendosi solo di piedi, bus, treni e automobili. Ne è venuto fuori Oltre e un cielo in più – da una parte all’altra del mondo senza aereo (Sperling & Kupfer, € 16,90), un racconto di viaggio suggestivo, pieno di foto bellissime, in cui l’autore ci accompagna idealmente dalla Scozia al Giappone, dal cuore dell’Europa all’Asia, attraverso le steppe del Kazakistan, nei villaggi sperduti della Siberia, tra i pastori mongoli e i contadini cinesi. Un percorso di 10mila chilometri, per cogliere l’essenza di Paesi sconosciuti ai più, e scoprirne la natura più intima e vera. Quella che le guide turistiche spesso non ci raccontano.

Abbiamo fatto 5 domande all’autore, in libreria con Oltre e un cielo in più da martedì 23 gennaio

Due suggestioni tratte dal libro: “A 47 anni, tutta la giovinezza appariva come una somma di possibilità irrealizzate. Avevo perso gli impeti iniziali, come una falena che entra in una stanza illuminata e batte contro la lampada”. E ancora, una citazione di Marguerite Yourcenar: “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove”. Che cosa ti ha spinto ad abbandonare per 4 mesi la redazione di Panorama e intraprendere questa avventura?
«Non avevo immaginato che nella mia vita avrei fatto un viaggio così lungo. Ho deciso di partire quasi all’improvviso, credo per inquietudine, quella che tutti proviamo quando siamo annoiati del solito tran-tran quotidiano. Abbiamo tutti nei geni quell’istinto migratorio di Homo sapiens, la specie emersa nel corno d’Africa che si è messa in cammino e ha colonizzato il pianeta. Naturalmente alla base c’era una la spinta intellettuale di voler conoscere nuovi mondi, nuove persone; di veder cambiare, strada facendo, le culture, i visi, i modi di pensare. Ho assecondato un desiderio che inizialmente mi era sembrato assurdo, e così ho viaggiato da Occidente a Oriente evitando i sentieri troppo battuti, cercando di andare al cuore delle culture, senza rinunciare a vedere anche posti noti per la loro bellezza. Chi legge Oltre e un cielo in più si mette idealmente in viaggio, vede le stesse cose che ho visto io, parla con le stesse persone con le quali ho parlato io. E torna avendo fatto mezzo giro del globo (spero) più ricco di prima, come è accaduto a me».

Altra suggestione dal libro: “Viandante, non sei su una strada, la strada la fai tu andando”. Il tuo racconto dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che il senso del viaggio non è la meta ma il percorso, il passaggio. Qual è stato l’insegnamento più importante di questo tuo andare?
«Che non è importante sapere quale sia la strada da percorrere, ma avere il coraggio di mettersi in cammino. La strada la troverai: arriva il giorno in cui scorgi l’intera traiettoria del tuo viaggio. Ti giri indietro e vedi te stesso. Io spero che il libro implicitamente metta a nudo importanti parallelismi tra il viaggio e la vita».

Sei partito dalla magica Skye, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ebridi, e la tua Itaca era Pechino. Nel percorso quale altra “Itaca”  ti è entrata negli occhi e nel cuore?
«L’isola di Olkhon sul lago Baikal, nella Siberia Meridionale. È il più grande lago del mondo per profondità e volume. Mi sono ritrovato in un’isola dalle lunghe spiagge fiancheggiate da abeti argentati, frequentata dagli sciamani. Una delle scoperte non immaginabili di un viaggio fatto senza programmare nulla».

Nel libro dici: “Meglio dei paesaggi naturali ci sono i paesaggi umani”. Qual è il paesaggio umano che più ti è rimasto dentro?
«Ho incontrato moltissime persone viaggiando. Senza alcune di loro non ce l’avrei fatta a raggiungere il Giappone. È naturale che abbiano lasciato un segno dentro di me. In generale, posso dire che da Kiev a Pechino ci sono migliaia di chilometri di steppa, dove uomini e cani ancora combattono con i lupi per difendere le greggi. Chi vive nelle agiatezze del mondo Occidentale non ha idea di che cosa significhi vivere come quei pastori. Noi abbiamo standard di vita alti, ma non riusciamo più a mantenerli, e per questo ci lamentiamo: l’Europa è nervosa. Loro non hanno nessuno standard di vita tout-court, lottano con il freddo e le intemperie, punto. Eppure in questi paesaggi umani si trovano grandi gesti di altruismo, generosità, ospitalità, sacrificio. E un grande senso dell’onore».

Nella sinossi del libro si legge: “Lungo la strada l’autore ritrova il senso profondo del viaggio: nell’incontro con realtà sconosciute la sua identità si sgretola e ricostruisce, fino a restituirgli un altro sé”. Chi sei oggi?
«Spero di aver acquisito una maggiore apertura verso gli altri, una maggiore capacità ad entrare nella loro prospettiva. Certamente ho una visione più chiara di me stesso e del posto dove vivo. Talvolta devi guardare da lontano il posto dove vivi, per capirlo meglio».

Eleonora Molisani @emolisani