Eleonora Molisani, giornalista di Tu Style, racconta piccole storie del terzo millennio

24 November 2014

L’amore esiste? E resiste se due cuori abitano davvero in una capanna? Un genitore può trasformarsi nel peggiore nemico dei propri figli? Farsi catturare dalla rete è facile e veloce, ma quanto è difficile uscirne? Il buco che ho nel cuore ha la tua forma (Priamo & Meligrana editore, € 12; dal 28 novembre disponibile anche in e-book € 4,99, su Inmondadori) è un collage di cartoline da questo millennio spietato e inquieto, popolato da una moltitudine sempre più connessa, dove la tecnologia ha accorciato le distanze fisiche ma non ha colmato quelle emotive. Dove la globalizzazione aumenta saperi e consapevolezze ma diminuisce la tolleranza sociale, razziale, sessuale, religiosa.

I protagonisti di questi racconti non hanno un nome o un volto. Sono quelli che ci piace pensare siano sempre “gli altri”, ma in realtà siamo noi senza orpelli. Noi, quando ci espropriano delle certezze e dei totem. Quando ci squarciano il guscio. E disperdono i cocci al vento. Lo stile è iperealistico e visionario al tempo stesso. La scrittura graffia il foglio, ma ha anche l’ironia ruvida di questi tempi, che troppo spesso non lasciano spazio all’happy end.

In attesa della presentazione, venerdì 28 novembre alla libreria Il mio libro, in via Sannio 18 a Milano, abbiamo letto le storie per voi. Ecco l’incipit di: La rete ammazza i giovani:

“Ti dico che è gay, credimi.” “No, non ti credo.” “Credimi.” “No.” “Sì.” “No.” Per me mio figlio Paolo non era gay. Per suo padre sì. È sempre stata una sua ossessione, di mio marito intendo.

Quando mi comunicarono che sarebbe stato un maschio disse: “Speriamo che non sia gay.” Non: “Speriamo che sia sano.”, oppure: “Speriamo che assomigli a te.” No, lui disse: “Speriamo che non sia gay.”

Quando Paolo diventò maggiorenne, senza aver ancora mai portato una ragazza a casa, Roberto tornò all’attacco: “Non è possibile che non si sia mai preso nemmeno una cotta.” “Sì, è possibile.” “No, a quest’età no, credimi.” “No, non ti credo.” “Credimi.” “No.” “Sì.” “No.” E via così.

Mi torturava giorno e notte. Indagava, chiedeva. Rispondevo che i maschi hanno bisogno d’aria. Cosa che lui avrebbe dovuto sapere meglio di me, che invece sono una donna. Alla fine mi ha preso per sfinimento.

In effetti il diario di scuola di Paolo era pieno di foto di calciatori. Nemmeno una velina una. E al pomeriggio passava il tempo a giocare sul suo pc, o al telefono, a ciattare con i soliti amici.

Il sabato sera andavano a bere birra, lui e i suoi amici non amavano la discoteca. Gli piaceva viaggiare e leggere, cosa di cui andavo fiera. Ma non aveva mai invitato una ragazza a uscire. Almeno alla sera. Almeno, per quando ne sapessi io.

Un pomeriggio ero su Facebook, e l’ho fatto. È stata un’idea mia. Un’idea del cazzo. Ora lo so, forse lo sapevo anche allora. Ho creato un finto profilo. Ho scelto una foto in rete: una ragazza castana, dai lineamenti piacevoli, carina ma non troppo appariscente. Più o meno della sua stessa età. Sara: sono diventata Sara. E ho chiesto l’amicizia a mio figlio… (continua)

Di Paola Sara Battistioli