Intervista a Sara Gamberini, autrice di Maestoso è l’abbandono

18 Aprile 2018

Nel romanzo Maestoso è l’abbandono (Hacca, € 15), di Sara Gamberini, Maria abbandona “maestosamente” tutto ciò che la fa soffrire, a partire da un amore a vuoto, e trova la salvezza in ciò che è invisibile agli occhi

 

“I sentimentali anonimi sono i rivoluzionari di questo secolo”. Ne è convinta la veronese Sara Gamberini, e lo dimostra, in modo sorprendentemente convincente, nel suo romanzo d’esordio, Maestoso è l’abbandono. Un’affascinante storia di de-formazione, dove Maria, donna inquieta e  ipersensibile, guida il lettore alla scoperta di un mondo magico, tra il visibile e l’invisibile, confermando, se ce ne fosse bisogno, che la vita non è ciò che accade ma il modo con cui ci facciamo attraversare da ansie, paure, gioia, dolore.

Nelle prime pagine incontriamo Maria, la protagonista, davanti a una porta chiusa, dopo troppi Campari, alle prese con un addio maldestro e poetico: la decisione di abbandonare, dopo anni di sensi di colpa e compassione, di fallimenti e rimpianti, un uomo al quale non crede più. La narrazione è un flusso di coscienza che parte dallo studio del dottor Lisi, lo psicoanalista di Maria, fino ad arrivare all’amore per Lorenzo.

Abbiamo incontrato Sara Gamberini a BookPride 2018, a Milano. Nel frattempo il suo libro è diventato un piccolo caso letterario.

Il tuo romanzo, in bilico tra prosa e poesia, è un sussurro che fa deflagrare nel lettore un’esplosione intima, tra identificazione e sorpresa continua. Diventare grandi senza perdere l’incanto è una magia o una maledizione?
«Per me è una magia perché hai uno strumento in più, che non ti abbandona mai. Ci sono persone che si accorgono che le cose fondamentali non sono quelle che credono solo quando vengono attraversate da grandi dolori o subiscono un trauma. Altri, invece, che credono nella magia delle cose, degli animali, delle persone; che hanno uno sguardo sul mondo simile a una piccola preghiera. Più che Maria, il protagonista del romanzo è l’invisibile, una voce universale, ciò che è sottile e inafferrabile, da cogliere poco prima che diventi mistico».

Maria ha un rapporto di dipendenza non pacifico col suo psicoanalista, il dottor Lisi. Lui è come quelle persone-zavorra che nella vita cercano di trattenerci a terra mentre noi vorremmo volare. Ma tu dici: “Non sempre capire le cose è la soluzione”, e alla fine Maria non rinuncia alla sua natura aerea.
«La psicoanalisi pretende di spiegare ciò che non è spiegabile, e io credo che chi nella vita si affida ad altre persone, a rigide teorie o discipline, sia meno evoluto di altri. Non sono contro la psicoanalisi, anzi credo che ci aiuti ad aumentare la consapevolezza di ciò che siamo, ma non tutto è interpretabile e non c’è una cura o una soluzione a ciò che noi siamo. Maria sembra una donna fragile ma in realtà è la più forte, perché alla fine decide di vivere la sua vita accettando la predestinazione».

«Ci sono gli amori che hanno a che fare con i percorsi, quelli che hanno a che fare con la solitudine e quelli che non servono a niente, gli amori altissimi». Maria ama Lorenzo senza riserve e desidera essere fermata, risarcita, protetta. Ma lui, pur amandola sinceramente, è ascetico, ritroso, immune al richiamo dei sensi. Hanno senso gli amori a vuoto?
«Si pensa comunemente che l’amore non corrisposto sia una malattia da cui bisogna guarire. Per me invece è una forma di amore altissima, una resa totale all’amore senza tornaconto, non un fallimento della propria dignità. Si molla perché si soffre troppo o, piuttosto, perché non si riesce a continuare a stare così in alto? Prima di “spegnere” un amore non corrisposto bisognerebbe pensare se ci può dare qualcosa. Per esempio, Lorenzo ha insegnato a Maria la distanza, il distacco, la purezza di un sentimento. Loro due erano predestinati ad amarsi, seppure in quel modo assurdo, ed è maestoso accettare ogni incontro della nostra vita come una forma di predestinazione».

La madre di Maria, Lucia, è una donna eterea, stravagante, empatica con il prossimo fino all’annullamento delle proprie istanze personali, ma distratta nei confronti della figlia. Come si cresce nella noncuranza?
«Anche Lucia porta con sé la ferita del non amore, quindi non le rimane che fare del suo meglio. La società giudica sghembo il loro rapporto ma alla fine Lucia trasmette alla figlia le virtù magiche che sono dentro di lei e quindi le lascia molto più di quello che sembra. Maria, da parte sua, cerca di non giudicare sua madre con il pensiero razionale (nei pensieri razionali non ci sono quasi mai le soluzioni) ma dice: “Continuerò ad amarla, anche se non la perdono”».

«Adesso so che per curare la malinconia serve avvicinarsi alla tristezza, per cambiare la qualità della rabbia è necessario perdere la ragione per un momento e che i sensi di colpa hanno sempre ragioni fondate». Maria all’inizio tenta di riempire i suoi vuoti, ma alla fine permette al vuoto di prendersi lo spazio che merita. È necessario riempire i vuoti?
«Ci ammazziamo tutti i giorni tra diete, ginnastica, psicoterapia, corsi vari, tutto per corrispondere al finto mito della serenità come equilibrio tra successo e forma fisica. Ma dopo tanti sacrifici, abbiamo dimenticato la nostra origine. Invece dovremmo osservare il nostro vuoto: quello che è atroce non è il dolore ma i nostri pensieri sul dolore. Proviamo pena per chi soffre, pensiamo che il dolore sia qualcosa di brutto, invece dovremmo solo provare compassione, perché tutti soffriamo, il destino è un motore più alto di noi, dovremmo accettarlo e accoglierlo».

“Ho pensato che fosse il momento di andare in alto quando ho visto che non sapevo dove appoggiarmi. Dopo aver cercato contenimento ovunque, ho ceduto alla mia evanescenza. L’assenza di base negli anni si è trasformata in una spinta verso la volta celeste”.

Con una voce unica, lirica e surreale, Maestoso è l’abbandono esplora l’incanto di crescere senza perdere lo sguardo trasognato sul mondo. Sara Gamberini trasporta il lettore in alto con lei, nell’indicibile che illumina e nutre il nostro quotidiano anche senza essere divino. Il suo libro è una lettura appassionante, quasi terapeutica.

Eleonora Molisani @emolisani