La cicala dell’ottavo giorno, il libro di Mitsuyo Kakuta

16 December 2014

Una giovane donna abbandonata dal suo amante, gli rapisce la figlia neonata e, prima di essere scoperta, la cresce per qualche anno come fosse sua, nascondendosi in una setta religiosa che accetta solo donne. La cicala dell’ottavo giorno (Neri Pozza, 288 pagg., euro 17, traduzione di Gianluca Coci) è l’ultimo romanzo, totalmente al femminile, di Mitsuyo Kakuta, scrittrice da sempre attenta ai temi della famiglia e molto celebre in Giappone. In patria ha già venduto un milione copie, ed è diventato un film e una serie tv.

Da dove nasce il titolo?
Si riferisce a una storia popolare giapponese, che si racconta ai bambini per far comprendere loro il valore della vita: si dice che le cicale restino 7 anni sottoterra, prima di venire al mondo e sopravvivere soltanto 7 giorni. Io ho voluto immaginarne una che avesse un giorno e una possibilità in più.

Il suo romanzo esplora in maniera molto forte il legame tra una madre e una figlia. Perché ha voluto raccontare questa storia?
Sono molto interessata al tema della maternità e a come, negli ultimi anni, le donne giapponesi affrontino la questione. La nostra società ci impone di diventare madri e lo descrive come un fatto idilliaco, ma la realtà è molto diversa, non è tutto così facile. Le donne lavorano, hanno sempre meno tempo per i figli, si sentono inadeguate. E partendo da questo, ho preferito trattare il rapporto di una madre con una figlia, perché lo ritengo molto più complesso e sfaccettato di quello con un figlio maschio.

Un legame che non necessariamente deve essere di sangue.
Era una delle cose che volevo sottolineare: il sangue non basta a stabilire un vero legame affettivo. Kaneko rapisce la piccola Kaori ma la ama come fosse sua, e non si rassegna ad averla persa, la vera madre di Kaori invece non riesce a stabilire un contatto con la figlia tornata in famiglia dopo un’avventura così drammatica.

Gli uomini sono quasi completamente assenti dal suo racconto, e appaiono solo in una accezione negativa.
Non è una cosa che ho fatto in modo davvero cosciente, mi risulta spontaneo scrivere romanzi in cui le donne siano protagoniste. E mi arrivano molte lettere di protesta da parte di uomini che mi chiedono: perché ci tratti così male? Ma se scrivessi di uomini probabilmente li tratterei anche peggio. Forse dipende dal fatto che, come quasi tutte le donne della mia generazione, sono cresciuta in una famiglia in cui gli uomini, e soprattutto mio padre, erano sempre impegnati sul lavoro, e in casa non si vedevano mai.

Per la sua storia si è ispirata a qualche reale fatto di cronaca?
Diciamo che è quasi tutto frutto della mia fantasia. Ma qualche tempo fa i giornali giapponesi raccontarono con molto clamore di una coppia che si era introdotta in casa altrui e aveva appiccato il fuoco, causando la morte di una neonata. Questo mi è servito come base di partenza.

La sua protagonista, Kaneko, trova asilo in una setta pseudo cristiana, che le permette di nascondersi e crescere la bambina per un po’. Qui c’è qualche riferimento alla realtà?
In Giappone non esiste una setta di questo tipo, riservata solo alle donne, ma ci sono molti gruppi dedicati alle nuove religioni. Dal punto di vista narrativo, era l’unica soluzione per permettere alla protagonista di rimanere nascosta e allevare la bambina, ma soprattutto, io desideravo descrivere la sua fuga. Quello della fuga è un tema che ritorna sempre nei miei romanzi, forse dipende dal fatto che sono giapponese. Il Giappone è composto di un gruppo di isole, da lì non puoi scappare.

La storia si dipana su due livelli temporali: gli anni ’80, in cui avvengono i fatti, e i nostri giorni, in cui a parlare è la piccola rapita, ormai diventata grande.
Era mio desiderio sottolineare come il contesto storico influenzi profondamente una persona, al di là della sua stessa volontà. E ci renda quello che effettivamente siamo. Io stessa, che sono nata nel 1967, ho potuto osservare come le generazioni successive alla mia siano venute su in modo diverso. Io ho passato la mia adolescenza nel periodo della grande crescita economica e ho sviluppato un forte senso dell’ottimismo, i ventenni di oggi, figli della crisi, sono molto più depressi.
Nel finale del suo libro, le due protagoniste si sfiorano senza riconoscersi. Perché?
In effetti è una cosa che mi ha tenuto a lungo sulle spine. Il romanzo, inizialmente, è uscito in Giappone a puntate su una rivista, e verso la fine mi sono arrivate molte lettere di lettori che mi chiedevano un incontro finale tra le due. Ma mi sembrava troppo irreale: ho voluto concludere in modo più vicino alla realtà.

La cicala in Giappone è diventato un film e una serie tv. Ne è rimasta soddisfatta?
Non ho partecipato alla creazione delle sceneggiature, ma sì, i due prodotti mi sono piaciuti molto. E ho apprezzato che i due registi abbiano voluto prendere una distanza dai toni del mio libro: la serie si è concentrata soprattutto sulla storia d’amore, il film invece ha scelto di raccontare come si può ricostruire la propria interiorità dopo un avvenimento disastroso.

di Elisabetta Colangelo