22 Febbraio 2019

Alessandro Borghi: “Mi guardano in 190 Paesi? Non ci penso. Altrimenti che paura!”

«Mi spingo nell’animo del mio personaggio più a fondo che posso» dice Alessandro Borghi, che torna con Suburra 2: non vedevamo l’ora

 

Nel mondo della moda, Alessandro Borghi si sente perfettamente a suo agio – non a caso è testimonial Gucci – ma il suo cuore batte al ritmo della periferia. È salito alla ribalta grazie al ruolo di Vittorio in Non essere cattivo, anima selvaggia che cerca di cavarsela nella giungla del litorale romano, e qualche anno dopo ha vestito impeccabilmente i panni del “padrino” della Mostra del Cinema di Venezia.

Borghi è un artista e un uomo che ha il dono di saper trovare la sintesi tra estremi opposti. Niente a che vedere con questioni di opportunismo: nel suo saper unire mondi lontani c’è un grado altissimo di autenticità. Dopo averlo ammirato “nella pelle” di Stefano Cucchi nel film di Alessio Cremonini e dopo il suo tuffo nel mito della fondazione della Città Eterna ne Il primo re di Matteo Rovere, Borghi torna a essere “Numero 8” nella seconda stagione di Suburra, dal 22 febbraio su Netflix.

Cosa dobbiamo aspettarci da Suburra 2?
«Ho sempre inteso la prima stagione come un romanzo di formazione, come la storia di tre ragazzi che appartengono a realtà diverse e che si ritrovano a confrontarsi e a barcamenarsi in un mondo nettamente più grande di loro. Nella seconda stagione si muovono in quel mondo con molta più sicurezza».

Come ritroveremo il tuo personaggio?
«Sicuramente è un Aureliano molto diverso, innanzitutto perché è segnato dagli eventi raccontati nella prima stagione. Ha perso il padre e la fidanzata davanti ai suoi occhi e ora si presenta come un uomo più consapevole, con un’idea di potere più consolidata. Mostra anche una voglia diversa di relazionarsi con tutti gli altri personaggi, il che lo rende più interessante, con maggiori sfumature. Ma alcuni pensieri di Numero 8 posso conoscerli solo io: sono quattro anni che ce l’ho addosso».

Attraverso Netflix, con Suburra e Sulla mia pelle, sei arrivato al pubblico di tanti Paesi in tutto il mondo. Che significato ha questo per te?
«All’inizio sapere di avere di fronte una platea di 190 Paesi è stata un’emozione incredibile. Per fortuna, gradualmente, ci stiamo abituando a un’idea di globalizzazione cinematografica e seriale. Tutto questo ci obbliga semplicemente a lavorare tenendo conto che le persone alle quali stiamo proponendo le nostre storie vengono da Paesi diversi: dobbiamo cercare di essere il più “universali” possibili. E se vogliamo raccontare spaccati della nostra particolare realtà, di come si vive in Italia o aRoma come nel caso di Suburra e di Sulla mia pelle, dobbiamo affrontare tematiche che possano interessare anche dall’altra parte del mondo».

Quanto senti la responsabilità di rivolgerti a un pubblico così grande?
«Se dovessi fermarmi a pensare alla responsabilità legata a un successo planetario… Che paura, mi butterei sotto un ponte! Cerco sempre, semplicemente, di fare le cose nel miglior modo possibile».

Tra Suburra, la serie di Sky Diavoli e Il primo re, ti sei trovato a lavorare sulle zone d’ombra dell’essere umano. Cosa significa per te, come uomo e come attore, esplorare il lato oscuro?
«Il lato oscuro ce l’abbiamo tutti, chi più pronunciato, chi meno. Il mio obiettivo è spingermi il più a fondo possibile nell’animo degli esseri umani che interpreto. Cerco di sfruttare l’opportunità di avere un personaggio a disposizione per scavare, poi provo a tirar fuori qualcosa che possa coinvolgere lo spettatore e che, al tempo stesso, mi arricchisca dal punto di vista professionale».

Anche Il primo re è stata una sfida importante, per di più parlata in una lingua che nessuno ha mai sentito…
«È stata un’altra occasione, dopo quella di Sulla mia pelle, per permettere al pubblico di dimostrare che abbiamo bisogno di qualcosa di diverso e che siamo disposti ad accettarlo. Dobbiamo essere curiosi verso le cose nuove, per capire se possono rappresentare il nuovo cinema italiano».

A cosa non rinunceresti mai del lavoro di attore e a cosa invece rinunceresti volentieri?
«Rinuncerei volentieri alla promozione (ride, ndr). Mentre non rinuncerei mai alle persone che ho la possibilità d’incontrare».

di Michela Greco