Malika Ayane: “Amiamoci così come siamo e sarà tutto più leggero”

23 febbraio 2021

Consapevolezza e benevolenza. Sono i principi del “Malifesto” della cantautrice. Che va al Festival di Sanremo 2021 con il brano Ti piaci così, un inno a “smettere di arrovellarsi”

 

Rilassata e piena di entusiamo. Incontriamo Malika Ayane alle nove di mattina, via Zoom. Lei è nella sua cucina, T-shirt nera e capelli legati. Con un’adolescente divisa tra la scuola in presenza e la Dad, la sveglia in casa suona presto. Abbiamo appuntamento per commentare Ti piaci così, il brano super raffinato con cui è in gara al Festival di Sanremo, e per fare un po’ il punto.

Il lockdown ha dato alla cantautrice milanese l’occasione di fermarsi, di guardarsi dentro e di essere più indulgente con se stessa: «Ho capito che ogni tanto mi posso fare una carezza, dirmi: “Dai Ayane, non sei così male”». 37 anni, una vita e una carriera iniziate presto, Malika ha appena chiuso il suo sesto disco: Malifesto, fuori dal 26 marzo. «È un lavoro sulla consapevolezza. L’album rappresenta un’evoluzione rispetto ai precedenti (l’ultimo è Domino, 2018, ndr), in cui il racconto del quotidiano è più introspettivo: ho lavorato con autori nuovi ed è bello scoprire che tanti punti di vista raccontano una sorta di universalità. Le più grandi risorse arrivano da noi stessi».

Ti piaci così, dal titolo, sembra un pezzo sull’accettazione.

«L’accettazione ha in sé un’idea di rassegnazione, qui invece si tratta di risolversi. Ti piaci così è una canzone sul riconoscere tutto quello che di sé si ama o non si ama ma senza patirlo. Risolversi e accettarsi per quello che si è, e capire che tante volte perdiamo tempo a concentrarci su cose che non esistono ma che ci rendono l’esistenza più pesante, quando invece basterebbe guardarsi conun po’ di amore, di benevolenza».

È una canzone autobiografica?

«No, ma di me in questo pezzo riconosco la voglia di vivere, di esplodere. In un mondo che ci fa cose inaspettate come la pandemia, diventa necessario smettere di arrovellarsi. Ti piaci così è nato dalle viscere come un inno metropolitano, è un invito a volersi bene, come è successo a me».

Come hai vissuto l’ultimo anno?

«Ho sofferto la clausura del primo lockdown, così all’autunno sono arrivata più strutturata. Ma la mia forza è stata sempre Mia (la figliadi 16 anni, ndr) e il pensiero che lei affrontava una prova ancora più dura. Si parla tanto degli adolescenti, ma loro sono bravi, responsabili, si preoccupano per la salute dei nonni e hanno un senso dell’etica per cui se gli dici di non uscire non lo fanno, almeno nella fetta di teenager con cui ho a che fare io. Hanno un sacco di risorsee hanno trovato un loro equilibrio».

E tu, l’hai trovato un equilibrio?

«Ho cucinato, mandavo cibo ai miei amici, e poi avevo il trasloco, ero impegnata a riprogettare gli spazi. Quando sono riuscita ad andare a Parigi per scrivere con Pacifico (coautore di Ti piaci così, ndr) a casa hanno stappato lo champagne!».

Che ricordi hai dei quattro Festival ai quali hai partecipato?

«Rappresentano fasi diverse della mia vita. Il primo era il Sanremo giovani del 2009, c’era Gino Paoli sul palco e Mia era piccolissima. Quello del 2010 è legato all’orchestra e gli spartiti per aria, era tutto uno stupore. Poi nel 2013 ero già al terzo disco, avevo delle responsabilità. L’ultimo, nel 2015 è stato fantastico: avevo affittato una grande casa per stare insieme con tutto il mio staff, i miei amici».

E il Sanremo di quest’anno?

«Sono contentissima di esserci. Ognuno può fare bene il proprio ruolo: io cantare per intrattenere e portare dei momenti di leggerezza, la stampa per raccontare quello che succede. Il risultato sarà un momento di unità nazionale che non vedevamo da tempo. È una roba speciale, quasi vintage!».

Da bambina cantavi nel coro delle voci bianche del Teatro La Scala di Milano. Com’era?

«Quando ho iniziato a studiare musica alla fine degli anni 90 non c’erano scuole amatoriali e quindi si andava al Conservatorio: corsi accademici, disciplina, insegnanti vecchio stile, era abbastanza faticoso. Anche alla Scala tutto avveniva con un ordine preciso,ma poi c’era il sogno: io passavo i pomeriggi al bar dei dipendenti, dove facevo i compiti delle scuole medie. Era nella cambusa del teatro, che poi è stata smantellata, e lì vedevo i figuranti o i cantanti congli abiti di scena. Venivano i tecnici, con le loro bellissime tute blu e poi cavalieri, preti e i ballerini, che si muovevano in tribù con i colli dritti».

La tivù ti piace? Rifaresti X Factor (è stata giudice nel 2018, ndr)?

«Sì, la tivù mi piace e rifare il giudice ma con una maggiore leggerezza e con meno senso di responsabilità nei confronti dei concorrenti. A 18 anni oggi chi è cresciuto nell’era dei talent show è pronto a gestire anche il risucchio mediatico».

Malika, pensi mai a un altro figlio?

«Se capitasse sarebbe stupendo, anche prendersi del tempo, farele cose con calma, vivere una maternità più pigra. Ma penso che ci siano così tante vite che hanno bisogno di essere aiutate che mi piacerebbe di più adottare ed essere una Charlize Theron, una Angelina Jolie: trovare quella pace interiore per poterlo fare».

Un’ultima cosa: un commento sullo shooting per Tustyle.

«Quando ho visto il look di copertina ho pensato che fosse perfetto: io vivrei con la giacca, è versatile e può essere tanto sportiva quanto una coperta di Linus, la puoi mettere con i leggings o quando ti devi dare un tono. Se su un set fotografico scatta la sintonia è un miracolo. Bisogna fermarsi e gioire».

Di Rachele De Cata