Jake Gyllenhaal: “Maschi, mostrate fragilità!”

2 luglio 2018

Jake Gyllenhaal dà il volto al ragazzo che ha perso le gambe nell’attentato di Boston. Eroe (per caso) anche in amore. «ha accettato la sua fragilità, cosa difficile per un uomo. Ma è proprio questa la vera forza»

 

Non ama le domande personali, ma le sue risposte sono personalissime. Jake Gyllenhaal non è il tipico sex symbol di Hollywood. È così riflessivo, ironico, pacato, e così pronto a parlare di sentimenti, da incarnare l’uomo ideale, sensibile, dolce, che tante vorrebbero accanto nella vita quotidiana (lui però è single o forse i suoi amori li sa proteggere). Se il 37enne attore americano è diventato il volto di storie intensissime, a cominciare dall’amore gay di Brokeback Mountain che gli ha fatto sfiorare l’Oscar, è per quell’empatia rara che lo porta a calarsi totalmente nelle vite degli altri fino a stravolgersi anche fisicamente.

Così ha fatto anche per Stronger – Io sono più forte di David Gordon Green, nei cinema dal 4 luglio.  Il film racconta la storia vera di Jeff Bauman, un ragazzo come tanti diventato un eroe dopo aver perso le gambe nell’attentato del 2013 alla maratona di Boston. Era lì a tifare per Erin, l’ex ragazza che stava cercando di riconquistare, quando è esplosa la bomba che gli ha cambiato la vita. Con lei ha trovato il coraggio di affrontare il dramma e superare gli ostacoli, come racconta nel memoir Stronger da cui il film è tratto (ed. Piemme). E per Gyllenhaal, che ha lavorato con il suo aiuto, «Jeff è un esempio ma anche e soprattutto un grande amico».

È stato più complicato mostrare gli aspetti pratici o psicologici della storia?
«Le due cose vanno spesso insieme. Io e Jeff abbiamo parlato molto prima e durante le riprese. Mi diceva: “dovete proprio mostrarmi mentre sono sul water o nella doccia?”. E io a dirgli: “Quello lì sono io, non tu!”. Ma è vero che lui ha avuto il coraggio di mettere a nudo la sua vita in ogni aspetto».

Anche nella complicata storia d’amore. C’è una scena toccante in cui lui dice a Erin: «Dovrei essere io a sostenere te, non tu me». Per un maschio è così difficile accettare e mostrare la fragilità?
«Eccome, e per me da attore è interessante proprio esplorare l’idea di mascolinità, i ruoli e i cambiamenti nelle coppie di oggi. I maschi sono cambiati e, anche se in tanti film continuiamo a vederli tosti e fisicamente fortissimi, la vera forza viene proprio dall’accettare e mostrare la fragilità. Cosa che ci crea un grande conflitto interiore, mette in crisi il nostro ideale di maschi. Adoro quel dialogo tra Jeff ed Erin: è una grande scena d’amore».

Trova?
«Sì, è il momento in cui si abbandonano. L’amore è questo. Due persone che gettano la maschera e si mostrano vulnerabili una all’altra».

Essere una celebrity l’ha aiutata a interpretare questo eroe per caso finito nel tritacarne dei media?
«Solo in parte, il nostro rapporto con la celebrità è diverso. Jeff è stato travolto dai media che l’hanno trasformato in un simbolo e questo lo metteva a disagio perché non è stata una sua scelta. Io invece questo mestiere l’ho scelto con tutte le attenzioni che comporta. Certo, ho iniziato molto giovane e non sapevo cosa significasse davvero. Per questo cerco di difendere il più possibile la mia privacy».

Eppure suo padre Stephen è un regista televisivo, sua madre (Naomi Foner, ndr) una sceneggiatrice…
«Già, ma ho iniziato molto giovane e non sapevo cosa volesse dire essere un volto riconoscibile. Detto questo, io e mia sorella Maggie siamo cresciuti con lo stesso insegnamento dei miei: fare solo le cose in cui crediamo. Quello che mi motiva è interpretare storie che mettono in scena qualcosa di importante e profondo».

È vero che Obama le ha detto: «Gli artisti aiutano la gente a superare le difficoltà»?
«Sì. È il lato positivo della celebrità: sapere che dà gioia alle persone. Me ne rendo conto soprattutto recitando a teatro. Quando incontro il pubblico a fine spettacolo, sono felice perché abbiamo fatto un’esperienza insieme».

Che cosa ricorda oggi di Brokeback Mountain, il film di Ang Lee che l’ha consacrata come un grande attore?
«La sceneggiatura mi aveva commosso fino alle lacrime ma tutto si giocava sulla combinazione di attori, il regista Ang Lee ci teneva moltissimo. E così è stato per me e Heath Ledger (l’attore poi scomparso nel 2008, ndr)».

Lei gira più drammi che commedie, non sono il suo genere?
«Mi interessano le relazioni, le storie che sondano la psicologia. In fondo il cinema è vicino al sogno».

di Valeria Vignale