Bebe Vio

Bebe Vio: «Quando non vinco rosico»

13 giugno 2022

Bebe Vio, campionessa di scherma, si racconta a Tustyle. E parla di cultura della visibilità, di sogni, determinazione e bellezza. Perché anche in fatto di glam ha molto da insegnare

 

«Non sapevo che ci si allenasse anche per il red carpet!». Ride, Bebe Vio, con gli occhi verdi che brillano di allegria. Felice di aver infranto un altro tabù. La 25enne campionessa di scherma, medaglia d’oro alle ultime Paralimpiadi di Tokyo, ha sfilato sul tappeto rosso del Festival di Cannes. E lo ha fatto tra le icone di L’Oréal Paris, portando per la prima volta nel regno del glamour e del tacco 12 il suo volto diventato simbolo di inclusione ed energia positiva.

Da metà giugno sarà Global Ambassador della maison cosmetica. E per questo ha debuttato sfilando sulla Croisette insieme ad altri testimonial. C’erano Eva Longoria, Nikolaj Coster-Waldau e Katherine Langford – con un abito da sera firmato da Maria Grazia Chiuri per Dior. «È stato molto divertente anche se mi sentivo imbranatissima, tra i fotografi che ti chiamano da un lato e dall’altro». Ha raccontato a Tustyle il giorno successivo.

Prima volta sul red carpet

 

Come ti sei sentita?
«È figo essere entrata anche in questa squadra, nonostante provi sempre imbarazzo a farmi fotografare, fuori dal mio ambiente abituale. Mi facevano paura le scale della Montée des Marches. Però con l’aiuto di tutti ce l’ho fatta: stavolta ero l’unica sul red carpet, ma spero di essere semplicemente la prima».

Maria Grazia Chiuri ha disegnato per te un abito da guerriera: del resto lo sei, anche nella vita.
«Sì, e non lo sono diventata per la malattia. Ero una “rompiballe strozzatile”, come dice mia madre, già prima (Bebe è stata colpita da meningite a 11 anni, l’infezione ha portato all’amputazione degli arti, ndr). Non c’è bisogno di un fattaccio per credere in se stessi o nei sogni, bisogna solo svegliarsi e lottare per ottenere quello che ti preme. Per me è la cultura della visibilità. Fino a pochi anni fa, in Italia, la disabilità veniva nascosta mentre oggi siamo capaci di vedere bellezza anche in questo lato del mondo».

I nuovi “giochi senza barriere”

 

Stai preparando la decima edizione di un evento paralimpico, il WEmbrace: come si svolge?
«Si svolge il 13 giugno allo Stadio dei Marmi di Roma. Quest’anno cambia nome – prima era Giochi senza barriere – per abbracciare ogni tipo di diversità. L’idea è di far diventare ogni piccola differenza un punto di forza anziché di fragilità. Le 8 squadre sono composte da uomini, donne, bambini e disabili. E ci sono anche personaggi celebri, tutti insieme ad affrontare gli ostacoli perché solo insieme si riesce a vincere».

Gli ori alle Paralimpiadi di Tokyo e Rio de Janeiro sono solo due delle tue medaglie: quali sono state le vittorie più soddisfacenti per te?
«Devo confessare una cosa: mi piace vincere ma rosico moltissimo quando non succede, perciò le gare che ricordo di più sono quelle che non sono andate come volevo. Ora punto all’oro nel fioretto a squadre (medaglia d’argento alle ultime Paralimpiadi di Tokyo, ndr)».

Qual è il primo ricordo della passione sportiva e della voglia di vincere?
«I miei genitori sono molto intrippati con lo sport e ci hanno fatto provare diverse attività (Bebe ha una sorella e un fratello, ndr). A 4 anni mi avevano iscritto a ginnastica artistica. Al saggio di fine anno chiesi: “Che cosa si vince?”. Non mi piaceva, non c’erano premi. Della scherma mi sono innamorata entrando per caso nella stanza di una palestra ed emozionandomi per il rumore delle spade. Sono entrata nel loop».

Bebe Vio: la mia famiglia era già un squadra

 

E i tuoi ti hanno sostenuta da subito…
«In famiglia ci hanno cresciuto come una squadra. Chiamavamo mamma il “capitano” e papà “l’allenatore”. Lei decideva cosa fare e lui studiava la strategia per arrivarci».

L’indole sportiva ti ha aiutato a superare qualsiasi ostacolo?
«Di sicuro lo sport insegna molte cose. Rispettare le regole e i ruoli degli altri. Trovare il modo di farcela, di vincere. Convivere anche con persone con le quali non sei in sintonia. Sono cose che poi ti servono nella vita quotidiana e nel lavoro».

Che effetto fa essere diventata un simbolo per tutta l’Italia?
«Sinceramente mi fa molto strano. E per fortuna ci sono le persone che mi vogliono bene a tenermi sempre con i piedi per terra. Mi piace parecchio dare a chi ha un limite la voglia di farcela. La Bebe Vio Academy, creata in partnership con Nike, mira proprio ad aiutare le famiglie dove un ragazzo resta disabile per ricreare la squadra. Per non restare lì a dire “poverino”, ma spronarlo. I miei fratelli non mi aiutavano mica: spostavano la sedia per farmi fare due passi in più, facevamo a gara di addominali. Lo sport serve a questo. Vedere che i ragazzini più grandi diventano un esempio per i piccoli. Vedere bambini che vanno in spogliatoio e prendono la “gamba” per correre con gli altri, mi rende felice».

Sogno di diventare “presidente”

Quindi è questa la vittoria che ti soddisfa di più?
«Sì, perché so che quel gesto sta cambiando la mentalità. Che i normodotati crescono sapendo che si può fare sport anche da disabili e che potranno aiutare altri compagni. E non si lamenteranno per le vesciche ai piedi o altri fastidi di scarsa importanza».

Qual è il prossimo sogno che vuoi realizzare?
«Vorrei diventare presidente del Comitato paraolimpico. E continuare a condividere le mie passioni con le persone che mi vogliono davvero bene. Credo nella squadra non solo per lo sport ma nella vita. Avere affetti e amici che hanno lo stesso sogno è quello che mi motiva e mi fa andare avanti».

di Valeria Vignale – Foto Bebe Vio per L’Oreal Paris – Fotografo JOLI STUDIO @themartinez

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