Matt Dillon

Matt Dillon. L’ex ragazzaccio di Hollywood si racconta a Tustyle

23 agosto 2022

Matt Dillon. Ex narciso e rubacuori, a 58 anni è ancora irresistibile, e corteggiato dai registi più importanti. Qui si guarda indietro e ci racconta vecchie passioni e aneddoti. Da film

 

Hollywood si divide tra meteore dal successo facile, veloce e fugace, che magari sul momento ti entusiasmano, ma ti volti un attimo e non ci sono più. E teen star capaci di costruirsi lentamente una carriera in decenni di film e progetti, uno più diverso dall’altro.

Della seconda categoria è stato pioniere Matt Dillon. Oggi 58 anni, ha mosso i passi nel mondo del cinema appena 15enne, arrivando a 19 a debuttare sul set di Francis Ford Coppola prima nell’indimenticabile film I ragazzi della 56a strada. E poi, di nuovo, in Rusty il selvaggio.

Francis Ford Coppola, il suo talent scout

«Ogni volta che ci ripenso ricordo il mio enorme stupore di allora. Non riuscivo a credere di lavorare con un dio come Francis Ford Coppola. Era già una leggenda per noi giovani attori, eppure sapeva metterci a nostro agio. Era molto esigente ma al tempo stesso ci dava la libertà di improvvisare. Non sapevi mai cosa aspettarti. Sul suo set poteva accadere di tutto. Ci faceva anche ripetere le scene molte volte, ma gli perdonavi tutto. Era ed è rimasto il guru del cinema».

Parlare con Dillon equivale a scoperchiare un vaso di Pandora ricco di aneddoti e ricordi che portano indietro nel tempo. A partire da quei gloriosi anni 80 e 90 in cui divenne un sex symbol. Fu acclamato dalla critica che lo accostava a Marlon Brando e finì in cima alla lista degli attori più richiesti di Hollywood. Ricercatissimo anche da tabloid e paparazzi di tutto il mondo per la sua relazione con la collega Cameron Diaz.

«C’è stato un periodo in cui mi attribuivano love story con chiunque (Denise Richards, Madonna, Soraya… ndr). La maggior parte di quelle notizie erano solo voci infondate. Tra quelle fondate c’era la mia storia con Cameron. Abbiamo trascorso begli anni insieme. Penso si percepisca la nostra sintonia in Tutti pazzi per Mary, un film in cui ci divertimmo moltissimo. Ricordo che era molto più difficile non ridere che recitare». Impossibile dimenticare la scena cult in cui Dillon tenta in ogni modo di resuscitare un cagnolino a colpi di scariche elettriche.

Matt Dillon: tra drammi e grosse risate

Il talento comico di Dillon è stato superato solo da quello drammatico. Esaltato da più film e a più riprese, nei panni del poliziotto macho e razzista in Crash. O in Factotum, dov’era l’alter ego dello scrittore Charles Bukowski. «Quella pellicola è stata una delle più grandi sfide della mia carriera, feci tantissime ricerche e studi per approcciarmi al ruolo nel miglior modo possibile.

Avevo letto Bukowski da giovane, lo conoscevo bene, sentivo i suoi racconti vicini al mio stile di vita. Ricordo che delle sere non riuscivo a smettere di leggerlo, era diventato quasi una droga per me. Anche da adulto lo apprezzo: uno scrittore autentico, sincero, coraggioso nell’esporsi. E con un umorismo corrosivo sulla sua vita, le sue donne, le sue sbronze. Un artista sempre alla ricerca della sua strada, un po’ come me. Che cercavo l’ispirazione per raccontarlo mentre bevevo.

Ci accomunano molte cose, come lui non ho mai cercato o inseguito la perfezione. Ma ho imparato ad accettare i fallimenti e a capire quanto possano insegnare. Ho pensato sempre a mettermi alla prova. Ho ragionato in termini di creatività, mai in termini di fama, di carriera o di soldi. Tranne in un caso».

Cita Herbie – Il super maggiolino, in cui affiancava Lindsey Lohan. «Stavo girando Factotum, quindi l’avevo inizialmente rifiutato. Poi ci ho ripensato, mi era sembrato divertente. Ed ero in un periodo in cui avevo bisogno di lavorare». Sbagliava chi pensava che un attore come lui potesse snobbare il piccolo schermo. Lo ha dimostrato interpretando la serie tv Wayward Pines, thriller paranormale tratto dalla trilogia di Blake Crouch, in cui ha interpretato l’agente Ethan Burke. Del resto negli anni abbiamo visto Matt Dillon cambiare, dedicarsi ad altre passioni come la pittura, ereditata da suo padre.

Una svolta nella carriera

Matt non è (più) l’attore narciso rubacuori che faceva incetta di copertine e sospiri. Si è trasformato negli anni in un artista a tutto tondo. Che oggi mette in cima alla sua lista di film del cuore quello in cui ha messo tutto se stesso, il film che ha scritto e diretto City of Ghosts, del 2002. «Ancora mi piace quando lo riguardo. Mentre fai un film non ti piace mai, devi fare troppe scelte difficili. Poi però passano gli anni, lo riguardi, ed è fatto, finito, diventa la tua creatura (Dillon non ha figli, ndr). È un’esperienza che ha segnato una svolta nella mia carriera.

Avevo bisogno di cambiare prospettiva. Ero molto stressato – come il personaggio che interpretavo – e sentivo il bisogno di abbracciare una storia al completo, dall’inizio alla fine. Così ho pensato di dirigermi. E malgrado tutte le complessità del momento, oggi sono molto contento di quel risultato. Vent’anni dopo mi sembra ancora un buon film».

Come attore ricorda con piacere Drugstore Cowboy, di Gus Van Sant. E come colleghi mette in cima Tom Cruise «con cui recitavo ne I ragazzi della 56a strada. Rimasi già stregato dal libro. Mi rivedevo in quei giovani che cercavano la loro strada nella vita. E conservo dei bellissimi ricordi con Tommy, abbiamo girato tante scene insieme ed eravamo molto giovani. Io ero il più piccolo di tutti su quel set».

Tanta voglia di commedia

Si sarebbe mai immaginato una carriera del genere? «No, ma ho imparato che la vita sa sorprenderti». Non si sarebbe neanche mai aspettato di interpretare lo psicotico serial killer di La casa di Jack, di Lars Von Trier. Un personaggio di raro sadismo, pronto a sgozzare e torturare le sue vittime, senza fare sconti neanche ai bambini. «Ho interpretato il Male assoluto. Non è stato facile, mi sono fidato del regista. Ma era complicato non giudicare il personaggio e tutto quell’orrore. Parliamo di uno psicopatico, con un livello di coscienza non pienamente raggiunto, per interpretarlo sono dovuto uscire da me. Astrarmi, eliminare parti come l’empatia e l’umanità, perché ne era privo. Mentre giravamo ero pieno di dubbi. Per fortuna il regista mi ripeteva che si sarebbe assunto lui piena responsabilità di un film così feroce».

Neanche a dirlo, dopo quello gli è venuta «una gran voglia di fare commedia. La mia preferita è quella che si basa sull’esperienza umana, come quelle di Woody Allen o la commedia italiana».

Matt Dillon: l’italia nel cuore

Il suo amore per l’Italia è ormai noto. Dillon non si perde un festival, che sia la longeva Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, dov’è stato giurato. Oppure la prima edizione di un festival pugliese come l’Allora Fest, dov’è andato insieme a Edward Norton, Oliver Stone e Marisa Tomei. «Amo il vostro Paese, la gente, il vivere bene. Ho ammirato come avete gestito l’emergenza pandemica. E sono un fan sfegatato del vostro cinema.

La prima volta che venni a Roma conobbi Michelangelo Antonioni. La seconda andai a pranzo con Federico Fellini. Per me l’Italia era il Paese del cinema. E lo è tuttora. Mi piacerebbe lavorare con i vostri registi, con Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Ferzan Özpetek e Gabriele Mainetti. Ma anche con i miei amici Giovanni Veronesi e Maria Sole Tognazzi».

Nel frattempo l’instancabile ex ragazzaccio di Hollywood continua a lavorare con autori che stima come Wes Anderson. Sarà nel suo nuovo Asteroid City, insieme a Tom Hanks, Scarlett Johansson e Margot Robbie.

di Claudia Catalli, foto IPA © RIPRODUZIONE RISERVATA